a cura di Andrea Manica

Una bella canzone parte da un’architettura rigorosa prima di incontrare l’imprevedibile, quell’elemento che rende unico il brano e mette in fallo qualsiasi algoritmo.
TYTO, ovvero Beppe Scardino, è uno dei fiati e delle menti arrangiative più lucide e poliedriche della scena italiana. Ha prestato il timbro profondo del suo sax baritono a mondi stilisticamente opposti — da Marracash ai C’mon Tigre, da Cesare Cremonini fino all’avanguardia di Tim Berne. Il suo nuovo album, “Ora è Ora”, dimostra che conoscere a fondo il mondo della canzone è il metodo migliore per scardinarne le regole e creare qualcosa di nuovo e importante.
Dopo l’esordio solista del 2022 con “Mirai” (“futuro” in giapponese), che mostrava la volontà di decostruire il linguaggio della canzone verso una visione sperimentale, TYTO torna con “Ora è Ora”, allargando lo spettro dell’esperienza in un vero e proprio atto di presenza assoluta. Costruisce così un universo sonoro fatto di legni, sincretismi, ritmi storti e si apre alla parola d’autore grazie a collaborazioni eccellenti.

TYTO, dal miraggio dell’avvenire al peso specifico del presente: cosa è cambiato da “Mirai” a questo nuovo disco?

Quasi nulla e tantissimo. Banalmente, ho messo più a fuoco il mio suono elettronico, ho preso sicurezza e coscienza su aspetti che lì sono fondamentali. Credo anche di aver trovato una dimensione per la mia voce che mi piace, al di là del vocoder di cui all’inizio avevo fatto un tratto distintivo del progetto: penso che la userò sempre di più. Anche sui testi c’è stata una piccola svolta personale: ho iniziato a sperimentare con l’italiano e a dedicarci molte più energie. E ho trovato un management e un’etichetta, una squadra di persone che mi ha aiutato moltissimo: non mi sono più sentito solo a portare avanti le scelte per TYTO.

Dopo tanti anni al fianco di artisti di caratura nazionale, nel progetto TYTO dai voce alla tua poetica. Quali sono le esperienze che hanno fatto maturare maggiormente il tuo suono?

Difficile dirlo. Cerco sempre di stare all’erta in ogni collaborazione, di rimanere curioso e imparare da ogni situazione. Così spesso idee e tecniche che vengono da mondi lontanissimi da TYTO finiscono per essere prese in prestito. È un processo interessante, che credo permetta di capire come il linguaggio musicale vada ben oltre i generi: i mattoncini di base sono più o meno sempre quelli. Anzi, più le differenze stilistiche sono grandi, più per me funziona riprendere un’idea o una metodologia.

Il disco ospita un parterre generoso di collaborazioni (da Giovanni Truppi a Rodrigo D’Erasmo, dai C’mon Tigre a Greta Zuccoli), eppure il suono d’insieme non si disperde mai. In Dia Apos Dia, ad esempio, la scrittura di Truppi si adagia su una materia ritmica complessa che parla di ricostruzione e fragilità. Come gestisci l’equilibrio tra l’essere il “regista” di un progetto solista e il lasciare che le identità altrui partecipino all’architettura dei tuoi brani?

È un processo naturale, anche perché mi sono trovato molto spesso a essere io il collaboratore di altri, così come tutti quelli che hanno contribuito a questo disco sono abituati a lavorare con altri. Diciamo che, molto banalmente, quando propongo una collaborazione cerco di farlo nel modo in cui vorrei che venisse proposta a me. E alla fine ho sempre scelto persone che conosco, con cui c’è un rapporto di stima e rispetto reciproco da anni: questo rende lo scambio organico.

La tua carriera ti vede muoverti con disinvoltura dai palazzetti con i grandi nomi della musica fino alle cantine, ai circoli Arci e ai festival di ricerca. Come si riesce a passare da contesti stilistici ed umani così diversi mantenendo il proprio stile?

Bella domanda. Diciamo che molti anni fa mi sono accorto di quanto sia importante avere una cifra riconoscibile e restarle fedele. Non è solo una regola che uno si dà per ragioni artistiche, alla lunga paga anche professionalmente: spesso vengo chiamato proprio per quello, per portare il mio suono, il mio approccio, e basta. E questo rende molto più facile adattarsi a situazioni diverse. Poi entrano in gioco tanti altri fattori che con la musica c’entrano poco: imparare a essere un professionista, leggere le situazioni di lavoro, trovare il proprio ruolo con naturalezza, fino a gestire lo stress e l’ansia di suonare davanti a 50.000 o a 50 persone.

Ascoltando “Ora è Ora” sembra di entrare in una geografia sonora estesa che mescola linguaggi differenti. Il movimento di architettura radicale Superstudio, con il progetto utopico “Il Monumento Continuo”, ipotizzava una struttura monolitica e geometrica in grado di estendersi all’infinito sul pianeta. Il linguaggio musicale, quando è così evocativo e personale, può sfidare le stesse leggi e raggiungere un valore altrettanto universale?

Domanda devastante, provo a rispondere, anche se servirebbe un saggio e probabilmente non ne sarei in grado.
Il Monumento Continuo era un esperimento mentale, una critica al tardo capitalismo di cui già alla fine degli anni ’60 si vedevano i semi di una crisi che oggi è sotto gli occhi di tutti. Facendo un parallelo con la musica, dovremmo pensare a un esperimento che porti all’estremo certe logiche consumistiche: una specie di playlist globale che saturi la tendenza all’omologazione, talmente tanto da romperla.
Per liberarsi dei trend, dell’uso di reference, e forse – come immaginavano quelli di Superstudio per l’architettura – del superamento della musica stessa per come la conosciamo, come oggetto di consumo. Davano per scontato che quella logica, portata all’estremo, sarebbe esplosa. Nella musica la saturazione è arrivata davvero, e non ha rotto niente. Non sono nemmeno sicuro che servirebbe. Forse non si è saturato abbastanza? 🙂
E alla fine, un linguaggio musicale evocativo e personale, in questa rottura, non credo possa aiutare.