a cura di Andrea Manica
Evita Polidoro, batterista e cantante, dimostra già da tempo il coraggio e la capacità di destreggiarsi tra progetti molto diversi, senza mai smarrire la propria bussola creativa e muovendosi sempre verso una ricerca di territori poetici originali.
Il suo linguaggio è ricco di sfumature, dai colori del jazz internazionale – vissuto al fianco di giganti come Enrico Rava nei suoi Fearless Five e Dee Dee Bridgewater in We Exist! – fino alle collaborazioni con un re della musica alternative come Lee Ranaldo dei Sonic Youth. Nel 2024, il suo debutto solista NEROVIVO (pubblicato per la Tuk Music di Paolo Fresu) aveva già chiarito una precisa visione artistica: rendere il jazz un territorio vivo, contaminandolo con l’elettronica e il rock sperimentale. Ora, a distanza di due anni, arriva Mi giurano l’eternità, un lavoro in cui la parola d’autore assume un ruolo predominante.
In questo nuovo disco attraversi esperienze intime e universali, animate da una grande urgenza comunicativa. Quali percorsi e quali idee ci sono alla base di questi nuovi brani?
Penso che, alla base di questi nuovi brani, ci sia un grandissimo flusso di coscienza che racchiude pezzi sia più vecchi sia più nuovi. Fanno tutti parte di un percorso di analisi e terapia che ho iniziato due anni e mezzo fa. Questo disco arriva in un momento particolare di riflessione e anche di una diversa gestione dei ricordi, di come sono stati assimilati nel tempo. Ci sono sicuramente anche nuove esperienze, sia positive che negative, con le quali dobbiamo imparare a convivere.
Spesso il tuo ruolo in progetti importanti, come quelli che abbiamo citato, è stato quello di batterista. In altre esperienze altrettanto rilevanti, invece, sei la voce “fisica” del progetto. Come cambia la tua esperienza nell’affrontare il palco a seconda del ruolo?
Sicuramente c’è una differenza sostanziale tra suonare uno strumento e usare la voce come strumento. È come se fossi sempre riuscita un po’ a nascondermi dietro ai piatti e ai tamburi, mentre con la voce sei proprio senza armatura. È molto più difficile perché ci sei tu: non ci sono mezzi esterni che ti possano aiutare, se non le tue corde vocali, il tuo respiro e tutto il resto.
Cambia sicuramente anche a livello di ansia, perché ho iniziato a cantare da meno tempo. In realtà lo faccio da sempre, ma seriamente ho iniziato solo da qualche anno. Rispetto alla batteria e alle tante opportunità e concerti che ho fatto, c’è una grandissima differenza. Sento di dover ancora macinare un bel po’.
La batteria la vivo diversamente: riesco anche a sfogarmi di più e mi viene
molto più naturale.La voce, invece, la sento ancora come un elemento di ansia non indifferente, su cui sto lavorando.
Hai dichiarato: “Ogni progetto cambia, perché mi piace mettermi in discussione, ascoltarmi, osservarmi e trasformarmi”. Molti autori si arroccano nella propria zona di comfort; tu invece, coraggiosamente, tenti sempre di uscirne. Quanto è importante nel tuo lavoro cercare continuamente nuove vie sonore e poetiche?
Per me è importantissimo continuare a cercare cose nuove, ascoltare continuamente e scoprire nuove influenze, nuovi artisti e artiste, perché mi annoio con estrema facilità e ho bisogno di stimoli sempre nuovi.
È proprio un’esigenza. Poi quello che esce viene in modo naturale: non so mai dove mi porterà, ma cerco sempre di assecondarlo. Questa continua scoperta e il mettermi costantemente in gioco sono ciò che mi tiene viva.
Questo crea un filo di continuità tra una musicista che ha saputo letteralmente cambiare pelle tante volte e una title track come Mi giurano l’eternità, in cui racconti che “si finisce per rimpiangere anche la più piccola insignificante briciola”. Le nostre certezze devono inesorabilmente crollare per lasciare spazio a un nuovo punto di vista?
Non sempre. Però credo sia importante non incagliarsi o affezionarsi troppo ai propri punti di vista e alle proprie certezze, perché bisogna essere anche pronti a cambiare idea, se necessario.
Detto questo, non penso che le nostre certezze debbano necessariamente
crollare ogni volta. Dipende molto dalle situazioni: a volte è giusto metterle in discussione, altre volte possono semplicemente evolversi senza essere completamente stravolte.
La bellezza di questo tuo nuovo lavoro risiede nella continua mescolanza tra i linguaggi. Una scelta che ricorda i recenti dischi di alcune regine del rock alternative internazionale, come Kim Gordon e Kim Deal, che non hanno paura di contaminare il proprio suono. Tu, però, scegli la via della lingua italiana. Quanto è importante questa scelta per veicolare il tuo messaggio?
La scelta della lingua italiana non è stata un’imposizione e nemmeno una sfida.
È arrivata in modo del tutto naturale: mi è uscito un testo in italiano e ho pensato di assecondarlo. Poi ne è arrivato un altro, e da lì è nato tutto.
Sento che cantare in italiano mi porta anche a usare la voce in modo diverso: articolo le parole diversamente e mi vengono spontaneamente melodie differenti. Inoltre, credo che per un ascoltatore italiano il messaggio arrivi in maniera più diretta. Anche i testi che scrivo in italiano mi sembrano, forse, ancora più immediati.
Su questo, però, sto ancora riflettendo, soprattutto pensando al materiale che scriverò in futuro.



foto di Figura Collective

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