A cura di Andrea Manica

Bologna si prepara ad accogliere un evento che è molto più di un semplice concerto. Il concerto del 19 Dicembre, sul palco dell’estragon di Bologna sarà una celebrazione di storie, un incontro di radici profonde e una scintilla di nuova creatività. Stiamo parlando del live di “The Originals”, il progetto che vede insieme due colonne portanti della musica italiana in levare: gli Africa Unite e i The Bluebeaters. A raccontarci questo cerchio che si chiude e questa nuova avventura che si apre è Bunna, co-leader degli Africa Unite e parte fondamentale della storia dei Bluebeaters.

Bunna, grazie per questa chiacchierata. Il tuo percorso è un ponte naturale tra questi due mondi che troveranno sintesi il 19 Dicembre, in una grande festa collettiva. Tu avendo suonato il basso nei Bluebeaters per dodici anni, in parallelo alla leadership negli Africa Unite, che emozione provi nel vedere queste due realtà così importanti salire sullo stesso palco?

È una cosa che mi fa un enorme piacere, ovviamente. La mia esperienza con i Bluebeaters, dal ’94 al 2006, è stata una parte fondamentale del mio viaggio musicale. Mi ha aperto un mondo musicale, in particolare il repertorio ska e rocksteady della Giamaica degli anni ’60, un periodo che con gli Africa, pur ispirandoci al reggae, avevamo frequentato meno, concentrandoci più sulla scena degli anni ’70 e periodi successivi. Noi cercavamo l’evoluzione, la contaminazione, mentre i Bluebeaters tornavano alle radici più pure, ai ritmi essenziali, alla melodia e all’energia del rocksteady. Scoprire quel repertorio è stata una bellissima esperienza, una conoscenza profonda di come nasce la musica giamaicana. Questa conoscenza ha arricchito anche le cose che ho continuato a scrivere con gli Africa Unite. Dopo tanti anni di attività è sempre importante continuare a ricercare, aggiungere nuove sfumature, dare alla musica un senso forse più profondo e stratificato.

Venendo all’oggi, questo progetto condiviso, “The Originals”, sembra quasi la chiusura di un cerchio, un happening speciale che celebra in musica anche una lunga storia di amicizia. Come si traduce concretamente questo scambio in termini di arrangiamenti e interazione con il pubblico che segue da tanti anni queste due distinte realtà?

Hai colto un punto essenziale. È proprio la condivisione l’elemento centrale di questo progetto. C’è un grande affetto, un’amicizia forte che ci lega, ci divertiamo tanto e penso che questo si percepisca durante il concerto! Esiste tra noi una sinergia non scontata; non si tratta infatti di due concerti separati in una stessa serata, ma di un atto unico. Africa Unite e Bluebeaters sono sempre in campo sul palco e le formazioni interagiscono l’una nel repertorio dell’altra. C’è un costante scambio di ruoli e strumenti, un flusso continuo che rende l’esibizione veramente gratificante. Eravamo già una grande famiglia, e portare in giro un live condiviso come questo, dove i repertori si fondono, è un po’ mettere un punto e aprirsi forse all’inizio di qualcosa di nuovo.

Entrambe le band hanno radici nella cultura giamaicana, ma gli Africa Unite hanno sempre avuto una missione sociale e una cura particolare per il messaggio, che si è fatta più evidente quando avete compiuto la scelta, non facile, di cantare in italiano e veicolare messaggi importanti e positivi, di rispetto e aggregazione sociale. Quanto è stato importante per voi usare l’italiano per veicolare questi temi e sviluppare quello stile musicale diretto e incisivo che unito alla musica reggae e rocksteady è diventato così seminale nel panorama italiano?

È stato un passaggio cruciale e difficilissimo. Eravamo i primi in Italia a farlo su quel genere e l’orecchio (anche il nostro!) non era abituato e ci suonava tutto molto strano all’inizio. Quando scrivi in inglese, spesso puoi usare le parole anche per il loro suono, per la melodia, senza la paura di essere troppo preciso. Ma l’italiano non dà scampo. Canti davanti a un pubblico che capisce perfettamente ogni singola parola, e il rischio di diventare banale, scontato, retorico è sempre dietro l’angolo. Però questa scelta l’abbiamo voluta fortemente perché pensiamo che se un artista ha un seguito, ha l’opportunità di fornire spunti di riflessione su questioni importanti. L’abbiamo imparato da maestri da Marley, che ha sempre usato la sua musica come veicolo per un messaggio. L’italiano nelle canzoni, per noi, è diventato il mezzo per essere sempre più diretti, per superare quegli stereotipi che ci vedevano, negli anni ’90, come un’anomalia nel panorama italiano, dimostrando che si può fare musica impegnata, partigiana se vuoi, con la nostra lingua su ritmi in levare. Ti dico di più: noi abbiamo sempre preso le distanze dal misticismo del rastafarianesimo o dall’uso della marijuana tipica del genere. I dreadlocks sono stati una scelta di stile e di amore mai di fede! Questo aspetto non è mai stato un limite ma anzi una scelta di coerenza! Abbiamo dimostrato che si può amare questo genere musicale e contemporaneamente essere nati e cresciuti nella provincia torinese!

Condividiamo questa attitudine che probabilmente è il miglior metodo per rendere unica e originale una esperienza artistica. La coerenza in fondo è sempre stata la vostra bussola e sembra che al pubblico vogliate proprio donare una esperienza immersiva nella vostra storia creativa. È così?

Assolutamente! Con “The Originals” non stiamo solo celebrando il passato, ma stiamo guardando avanti! Il nuovo singolo “No! (No, No, No, No)” è un brano reggae che affronta temi legati all’attuale situazione geopolitica. Sentivamo l’esigenza di ribadire il nostro “No!” a quello che non ci piace. In un panorama musicale dove spesso i contenuti sono assenti o, peggio, diseducativi, per noi “boomer” è fondamentale continuare a dire la nostra e portare un messaggio di musica e riflessione.

Il pubblico degli Originals che è profondamente legato a questa “resistenza culturale!” è chiamato a prendere parte a questo evento incredibile che avverrà sul palco dell’Estragon di Bologna, il 19 dicembre. La serata evento sarà divisa in tre momenti, per creare un coinvolgimento di rito con il pubblico. C’è il warm up di Pier Tosi, il live di “The Originals”, e poi un sfida Dub Clash tra Madaski e SPK. Veramente la sintesi perfetta!

Esattamente, non è solo un concerto. Abbiamo voluto creare un percorso che rimane sempre all’interno dello stesso mondo musicale e immaginario! Una serata in cui si vive un’esperienza fuori dal comune, dove musica, cultura e impegno si fondono in un’unica grande festa. Ci vediamo all’Estragon!

Link Prevendite 
https://www.mailticket.it/evento/50024/the-originals

Foto di Matteo Ceschi

Foto di Alex Astegiano