a cura di Andrea Manica
In un’epoca dominata dalla plastica, Giacomo Toni si impone come un artigiano del “Piano Punk”, un cronista dell’assurdo e un personaggio dal sapore “strapaesano”. La sua cifra stilistica risiede nella capacità di edificare una poesia della marginalità che, quasi per magia, assume un valore universale. Per chi ricerca nella canzone d’autore l’immediatezza e l’urgenza espressiva, Toni rappresenta un riferimento imprescindibile: un veterano con cinque album solisti all’attivo e numerose collaborazioni di rilievo, dal Duo Bucolico a Lorenzo Kruger.
Giacomo, grazie per il tempo che ci stai dedicando. Partiamo da una scintilla inaspettata: il 19 dicembre è andato in onda in prima visione su Rai 3 il documentario “Pupi Avati, che cinema la vita”, di Mauro Bartoli e Lorenzo K. Stanzani. Tu, insieme a Roberto Villa, ne hai curato la colonna sonora. Puoi parlarci di questa esperienza?
È stata la mia prima vera prova come autore di colonne sonore. In passato avevo sempre declinato l’invito, convinto che non fosse il mio mestiere. Tuttavia, la figura di Pupi Avati mi ha letteralmente catturato, rivelando affinità profonde e personali tra il mio mondo e quello del regista. Mi sono divertito a ripercorrere la mia storia musicale; molte delle intuizioni nate per lo schermo sono state poi portate in studio per dare vita al mio ultimo album, Razzi di Fuoco. Lavorare alla colonna sonora del film mi ha riconciliato con un vecchio amore: la musica strumentale. Questo album, infatti, è molto più “musicale” e orchestrale rispetto ai precedenti.
Questo aspetto emerge con chiarezza. Nel disco si avverte un ritorno prepotente alla dimensione collettiva, a quella del gruppo.
Proprio così! Siamo stati proiettati nell’universo sonoro di Avati; il regista, infatti, è stato un membro della gloriosa Doctor Dixie Jazz Band, leggendaria formazione bolognese. Io e Roberto Villa ci siamo guardati e abbiamo capito subito: “È stimolante registrare questo materiale, facciamo un disco così”. Abbiamo formato la squadra, definito le strutture dei brani e poi ci siamo lasciati andare, concedendo ai musicisti piena libertà d’improvvisazione. Nel disco figurano anche Enrico Farnedi e Marco Pretolani, una sezione fiati che suona insieme da trent’anni nei Goodfellas. È stato un ritorno alla concretezza della carne e degli ottoni, lontano dalle sonorità sintetiche della musica contemporanea.
Come autore, però, continui a perseguire uno stile unico e riconoscibile. I tuoi testi popolano un paesaggio fatto di maschere e figure marginali. Da dove scaturisce questa incessante ricerca narrativa?
Vedi, ho 42 anni e scrivo da quando ero bambino, ma ho compreso presto un concetto fondamentale: la narrazione della mia sfera personale non mi soddisfa mai pienamente. Trovo invece nutrimento nelle esistenze altrui. Calarmi nei panni di un’altra persona mi permette di assumere posizioni anche aspre o gravi, il che risulta estremamente stimolante. Questo approccio mi concede lo spazio per la “narrativa del paesaggio”, l’aspetto che più mi interessa perché conferisce respiro all’ascolto e lascia campo libero all’immaginazione dell’ascoltatore. La mia bussola rimane la Romagna: la provincia con le sue peculiarità, le sue derive e, naturalmente, i suoi abitanti.
Nell’album è presente un brano, “La Meccanica”, particolarmente ispirato. Ho notato che in tutto il disco aleggia lo spettro della fabbrica. Che rapporto hai con quel mondo produttivo e faticoso?
La fabbrica appartiene a un’estetica a cui sono legato da sempre. Quando ero molto giovane ci lavoravo, e i vecchi operai mi esortavano dicendo: “Ma tu sai suonare, che diavolo ci fai qui?”. Sono stati loro a spingermi verso la musica. Ancora oggi coltivo più amicizie all’interno della FIOM che nel panorama musicale, e sono costantemente immerso nei loro racconti. Esiste una nostalgia condivisa per quell’epoca in cui lo studente, l’artista e l’operaio lottavano per le medesime cause. In brani come “Il tornio della fabbrica” descrivo un personaggio colto finito alla catena di montaggio, una condizione che oggi può colpire chiunque. È una “meccanica umana”, un tema che mi sta profondamente a cuore poiché riguarda la nostra dignità e la nostra capacità di resistenza.
Ti ringrazio per questa conversazione. Credo sia coraggioso, oggi, produrre musica che non teme di invecchiare, che accoglie l’errore e il brindisi. Spero che tu possa continuare a lanciare i tuoi “razzi di fuoco” nell’oscurità della provincia, illuminando anche la nostra fredda città.



Foto di: Nicola Baldazzi

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