A cura di Andrea Manica

Un disco degli Zu è sempre un’immersione in un mondo complesso, arcaico e potente, da cui si riemerge sanguinanti e impressionati. Un’energia che nei live diventa ancora più predominante, mutando pelle senza perdere mai quel nucleo primitivo che la contraddistingue.
Oggi gli Zu tornano sulle scene con Ferrum Sidereum, un album che ancora una volta allarga le dinamiche creative della band verso prospettive stellari e inaspettate. Abbiamo l’occasione di parlare con Massimo Pupillo di questa nuova, imponente creazione, all’alba di un tour che celebrerà i 30 anni di carriera della band.
Massimo, “Ferrum Sidereum” è stato un ascolto “magnetico”. Gli Zu sono stati capaci di un’ennesima trasformazione sonora, un processo alchemico che ha trasmutato il ferro in oro; i brani sono diventati lunghi viaggi in questo abisso. Come sono nate le nuove composizioni?


Abbiamo vissuto in uno stato di ritiro per quasi un anno per scrivere questo disco. All’inizio eravamo disorientati, non sapevamo se avremmo continuato a fare quello che abbiamo sempre fatto. Poi, il tour con Tatsuya Yoshida dei Ruins nel 2024 è stato decisivo: abbiamo percepito un calore e un amore da parte del pubblico che ci ha rinfrancati. Solo ora che stiamo provando per il tour iniziamo a capire davvero cosa sia successo in quel periodo di isolamento in cui é nato “Ferrum Sidereum” . Abbiamo preso tutto ciò che avevamo esplorato nei progetti più sperimentali e l’abbiamo portato dentro, allargando ulteriormente il nostro orizzonte. In sostanza, il cambio di passo è avvenuto quando abbiamo smesso di chiederci cosa ‘dovevamo’ suonare e abbiamo iniziato a seguire ciò che il suono stesso esigeva da noi: una potenza compatta, ma capace di trasformarsi continuamente. Stravinskij sosteneva che la musica tocchi territori inconoscibili; non si tratta di entrare in luoghi dove è possibile razionalizzare gli aspetti tecnici, poiché ciò che accade realmente va oltre la tecnica stessa. Il musicista non può che accompagnare questo processo verso l’ignoto. Nel nostro disco, pensiamo di aver aderito a questo concetto.


Questo flusso totale che abbatte le barriere tra voi e il pubblico è sempre stata la ‘pietra filosofale’ della vostra esperienza sonora; ciò trasforma gli Zu in un oggetto di culto e i vostri live in un rituale collettivo. Senti questa energia crescere intorno a voi?

Non sono forse la persona più adatta a razionalizzarlo, ma credo che il nostro rapporto con il suono sia, prima di tutto, devozionale. Consideriamo il suono una questione sacra. La musica per noi non è mai stata una decisione presa a tavolino, ma un processo durato anni: è come aver aperto un canale che prima era ostruito. Piano piano quel potere ha iniziato a fluire, attraversando noi per arrivare alle persone. Sentiamo che il suono ha un enorme potere sulla coscienza, qualcosa che subiamo noi stessi prima di chiunque altro.

In questa prospettiva sembra naturale che gli Zu siano una ‘famiglia allargata’, dove ogni componente del passato e ogni strada attraversata rappresentano un tassello di ciò che siete oggi.


Condivido questa visione. Spesso parliamo degli Zu come di un’entità a sé stante, terza, un’identità che va oltre i singoli componenti. Una creatura vivente che ha una propria coscienza. In tour siamo sempre almeno in cinque: ci sono il fonico e il nostro responsabile logistico, amici da sempre e cuore pulsante di questo mandala. Poi c’è l’etichetta, una famiglia che ascolta e lavora ai brani insieme a noi quando sono ancora solo suggestioni. Ogni collaborazione nasce da questo collegamento sentimentale. Non riusciamo a funzionare in termini freddi e professionali; senza stima e amicizia non scatterebbe la scintilla creativa.

Infatti, le collaborazioni nel vostro lavoro sono fondamentali. Come quella con Romeo Castellucci, regista e alfiere della ricerca teatrale, che aprirà il vostro concerto al TPO di Bologna. Come è nata questa sinergia tra musica e immagine?

Con Romeo c’è un legame che precede la band. Il suo lavoro è sempre stato un nostro orizzonte, una spinta verso un senso che trascende la logica. Come spettatori abbiamo seguito la “Societas” fin dagli esordi, quando la loro genialità non era ancora così internazionalmente riconosciuta. Il legame è profondo perché poggia sulla stessa necessità: l’impatto. Non è una collaborazione nata per calcolo: subivamo la fascinazione per quell’immagine che non spiega, ma colpisce. Nel 2008, quando ci invitò a Modena, capimmo che il nostro suono poteva agire nello spazio esattamente come i suoi quadri scenici: un elemento che trascende il ragionamento. L’unione con lui non è un’aggiunta, ma un’apertura verso un senso che non deve essere razionalizzato. È l’idea di un’arte che non ti chiede di capire, ma di restare lì: esposto, fragile e disarmato. E forse, dopo questo processo di catarsi, ci si sente un po’ meno soli.

Grazie Massimo. Nel suono degli Zu questo gioco alchemico è una certezza. Non vediamo l’ora di sentire i brani di Ferrum Sidereum dal vivo, consapevoli di uscirne spettinati, trasformati e, forse, un po’ meno soli.

Biglietti T.P.O 

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