a cura di Andrea Manica

L’universo dei Sick Tamburo non ha mai addomesticato il dolore, ha preferito attraversarlo, traformandolo in energia e redenzione. Dalle radici punk di Pordenone, al successo con i Prozac +, poi il noise dei primi Sick Tamburo, fino ad arrivare all’ultimo, intimo, capitolo discografico, lo sguardo di Gian Maria Accusani continua con coerenza a tradurre la fragilità umana in canzoni che colpiscono allo stomaco.

“Dementia”, l’ottavo album della band uscito per La Tempesta Dischi, non è solo un disco, ma un viaggio necessario e coraggioso dentro i labirinti della mente e i contrasti dell’anima, dove il buio e la luce si rincorrono senza tregua.

Gian Maria, ho ascoltato “Dementia” e ho ritrovato quella sincera fragilità che da sempre è il fulcro della tua creatività e diventa manifesto, ma qui questo sentimento sembra ancora più esposta. Che cos’è stato, dal tuo punto di vista, dare vita a questo album?

Dementia è semplicemente un viaggio nella malattia mentale. Il titolo viene dal latino: “de-mens”, ovvero senza-mente. Sono stato costretto a fare un percorso dentro questa realtà, non direttamente su di me, ma è qualcosa che mi ha colpito e mi colpisce da vicino. Quando guardi certe malattie da lontano lo fai sempre con un finto interesse, perché in fondo c’è la paura di affrontare il dolore e quindi cerchi di starne distante. Quando però sei costretto ad avvicinarti, le cose cambiano drasticamente. È stato un bisogno fisiologico dover parlare delle fasi di questo cammino: gioia, confusione totale, paura, silenzio. Sono fasi cicliche che ho voluto riportare nei testi e nei suoni di questo album.

In molti brani la rabbia sembra essersi trasformata in osservazione. C’è un approccio quasi cinematografico nel suono di questo nuovo lavoro. Un album a vari livelli. Ti ritrovi in questa idea di “concept” emotivo?

Sì, assolutamente. L’album è tendenzialmente un concept dove ogni canzone è un tassello che compone il quadro intero. Manovrando dentro questo mondo, mi sono sentito spinto dal dovere di parlarne. “Parlare” significa cercare di creare una consapevolezza collettiva, che è il primo passo per non lasciare soli chi soffre di malattie mentali. Poi, mi è venuto spontaneo fare un parallelo con la follia del comportamento umano in generale: anche quella è demenza. Penso alle guerre, a certe derive del mondo. Brani come “Ho perso i sogni” nascono proprio da questo senso di assenza della mente che pervade la nostra attualità.

Musicalmente parlando, restate fedeli a quel suono alternative e post-punk che è il vostro marchio di fabbrica, ma qui sembra esserci un’apertura diversa, una ricerca musicale stratificata.

Il nostro mondo base sarebbe assurdo abbandonarlo. In questo disco abbiamo semplicemente aggiunto tante cose incontrate lungo il percorso. Credo sia il nostro lavoro più eterogeneo: pur essendo omogeneo nel concetto, dentro c’è molta più varietà rispetto al passato, ma tutto resta legato da quella linea melodica e ruvida che ci caratterizza da sempre.

Nel disco tornano figure femminili forti, come in “Silvia corre sola”. Sono eroine in cui il pubblico continua a riconoscersi. È un’evoluzione che stai vivendo insieme ai tuoi ascoltatori?

Io sono sempre stato attratto dagli outsider, da chi sta un po’ fuori dal percorso principale. Quelle figure mi colpiscono e sento il bisogno di raccontarle. La cosa bella è che questo interesse si estende a tutte le età: non parlo più solo della ragazzina, ma delle donne, degli adulti, della complessità della vita. C’è una maturazione evidente legata al tempo che passa; abbiamo una consapevolezza diversa che ci permette di affrontare situazioni nuove con gli stessi meccanismi emotivi di un tempo.

In questo percorso Pordenone e La Tempesta Dischi sembrano una famiglia che non si scioglie mai. Anche la copertina di Davide Toffolo conferma questo legame indissolubile. Quanto conta ancora per te l’appartenenza a quel luogo e a quella storia?

Siamo legati per forza di cose. Con Davide abbiamo iniziato a suonare assieme nel movimento del Great Complotto; siamo cresciuti nello stesso ambiente artistico. Essere legati a una piccola città di provincia come Pordenone crea un legame stretto perché le possibilità, quando siamo partiti noi, non erano quelle di una grande metropoli. Eppure, è incredibile notare come quasi tutti i personaggi rappresentativi di quel periodo oggi vivono di musica: chi suona, chi organizza festival, chi gestisce agenzie. È un mondo in cui siamo entrati da ragazzi e da cui non siamo mai usciti. Questo è molto confortante.

È un messaggio di speranza per le nuove generazioni, un invito a restare uniti e sinceri nel proprio lavoro?

Se dovesse essere percepito così, sarebbe bellissimo. Il senso di unirsi e lavorare in maniera sincera, come cerchiamo di fare noi, è forse l’unica strada possibile, al di là di quello che si sente dire in giro oggi.

State per partire con un nuovo importante tour. Senti che il pubblico è pronto a immergersi in questo “flusso emotivo” così denso?

Secondo me sì, me lo aspetto e i primi feedback dall’uscita del disco me lo confermano in maniera assoluta. Il pubblico dei Sick Tamburo è legato al gruppo proprio per questa ricerca di verità e per la condivisione di certe fragilità. Quando iniziano i concerti, quel mondo diventa di tutti: non c’è più distinzione tra chi sta sul palco e chi sta sotto. Ne facciamo parte tutti assieme.

L’intervista si conclude con la consapevolezza che il percorso dei Sick Tamburo non sia solo musicale, ma profondamente etico. In un’epoca di sovraesposizione estetica, Gian Maria Accusani continua a scegliere la via dell’autenticità, trasformando il disagio e la “non mente” in un territorio di condivisione. Il viaggio di Dementia si sposta ora sui palchi, dove la dimensione live promette di trasformare quelle “stanze interiori” in uno spazio collettivo, confermando che la musica resta lo strumento più potente per illuminare le nostre ombre mentali e i nostri disagi più profondi.

foto di Franco Zanussi