a cura di Andrea Manica
Il podcast Ho conosciuto Kurt Cobain non è stato solo un esercizio di stile radiofonico, ma un rito di rievocazione che ha squarciato il velo tra il mito e la carne. Paolo Maoret, insieme a Marco Degli Esposti, ha scavato tra i detriti di una Seattle immaginaria creando un parallelismo emotivo con una provincia italiana allora vivissima, trasformando queste avventure live dei Nirvana in Italia, in un catalizzatore di incontri reali e in una girandola di emozioni. È la storia di un’assenza che si fa presenza, di una voce che, a trent’anni dal silenzio, riesce ancora a radunare una comunità di “anime affini” attorno a un fuoco che non è nostalgia, ma resistenza culturale. Un grande Noi, collettivo.
Il podcast è nato come racconto sonoro, ma si è trasformato, nell’ultimo capitolo del Podcast (uscito a Dicembre 2025) in un’esperienza live collettiva. Com’è stato questo salto dalla rete alla polvere della strada?
Non ce l’aspettavamo minimamente. Immaginavamo di parlare a una nicchia di appassionati, ma abbiamo capito subito di aver travalicato un confine. Abbiamo intercettato persone che non ascoltano nemmeno quel genere musicale, ma che erano curiose del racconto umano che questa storia ispirava. Passare dall’online al live, dalla rete alla realtà, è stato bellissimo. Il culmine della nostra esperienza. Trovare un riscontro fisico, persone che ti parlano e con cui puoi elaborare un pensiero complesso, è stata la conferma definitiva delle buone intenzioni del nostro lavoro. Il podcast parla di condivisione e passioni, e portarlo nei locali significa riappropriarsi di una dinamica che ci appartiene: vivere il posto prima del prodotto, conoscere le persone prima di fruire dell’arte.
Avete raccontato l’underground degli anni ’90 ritrovandolo oggi pulsante nelle province. Cosa è rimasto di quella rete umana e cosa è cambiato?
Non siamo partiti da zero. Sia io che Marco conoscevamo già quell’ambiente; non abbiamo cercato l’America, abbiamo solo navigato su una realtà che esiste (o forse resiste), specialmente in quello che chiamo il “triangolo delle Bermuda” della bassa (la zona tra le provincie di Bologna, Ferrara e Mantova) . C’è gente che organizza, che si dà da fare, ma la differenza è la percezione. Negli anni ’90 c’era un movimento comune, oggi molti musicisti si sentono chiusi nella propria bolla digitale. La visibilità su internet è un’illusione se poi manca la rete fisica di sostegno. Il nostro intento non era nostalgico, ma voleva mettere in luce pratiche preziose che si stanno affievolendo: il sacrificio di andare in giro, la scoperta dell’ignoto senza Google Maps, il valore del “non sapere” chi suonerà esattamente quella sera ma andare lo stesso al locale per fiducia o appertenenza.
Intervistando chi ha respirato la stessa aria di Cobain, organizzatori come Daniela Giombini o musicisti come Teho Teardo o Tiziano Sgarbi, cosa hai scoperto dell’uomo dietro l’icona?
All’inizio è stato straniante. Mi è venuto in mente il gioco di “sei gradi di separazione”. Pensare che Daniela avesse passato ore fianco a fianco con quelli che per me erano miti adolescenziali mi ha scosso molto e all’inizio quasi respinto. Poi, però, è subentrata una consapevolezza diversa: ho decostruito il mito per riportarlo a un livello umano e terreno. La narrazione del podcast serve a questo: mostrare che quell’attitudine era fatta di tempo reale e condivisione. Alla fine mi sono sentito parte di quella stessa rete. Sentire l’affinità elettiva con queste persone, percepire che vibriamo sulla stessa lunghezza d’onda, è stato il regalo più grande di tutta l’esperienza.
Perché i Nirvana continuano a essere il ponte definitivo tra generazioni così distanti, unendo padri e figli sotto la stessa rabbia?
Perché hanno rappresentato un opposizione al cambiamento epocale della globalizzazione, pure essendone al vertice. La loro parabola di cinque anni coincide perfettamente con il passaggio tra un mondo dove esisteva il valore del diy verso un mondo totalmente immerso nelle logiche capitalistiche. Cobain ha dato voce a un malcontento profondo, inversamente proporzionale al pensiero liberale imperante. Erano dei “perdenti” totali rispetto al sistema che li ha inghiottiti. Spesso i media hanno cavalcato solo lo sfascio e la tossicodipendenza, ma il messaggio era molto più complesso. Kurt è diventato una figura quasi cristica, un agnello sacrificale che si è fatto carico del decadimento di un’intera società. L’immagine cristianica è evidente; si è sacrificato per espiare, in qualche modo, le pene di tutti noi, e questa sua aura di autenticità assoluta ( e la sua tragica fine) è ciò che lo rende ancora oggi, e per sempre, un riferimento immortale.



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