A cura di Andrea Manica

Bologna, una notte qualunque. Tra i tavolini di una vecchia osteria suona una chitarra gitana che sa di Francia e di tropici, con l’eleganza di un passato in paltò. Paolo Prosperini, musicista di lungo corso con le dita intrise di jazz, sveste i panni del virtuoso per indossare la maschera di Boris Ćevapčići. Il suo esordio nel mondo della canzone d’autore, Per amore o per mancanza di idee migliori, è un ritmo minimale che profuma di vinili polverosi; un viaggio dove il grottesco e la tenerezza ballano un bolero tra le ombre della via Emilia.

Paolo è “morto” ed è nato Boris Ćevapčići: perché hai sentito il bisogno di indossare questa maschera?

Per un bisogno di verità e, paradossalmente, di spogliamento. Da ragazzi ci si nasconde spesso dietro strutture armoniche complesse per paura di risultare banali o nudi. Boris è il tentativo di sublimare quelle insicurezze. Volevo scrivere canzoni “alla mia maniera”, dove il linguaggio del Novecento — quello dei grandi artigiani delle colonne sonore come Piccioni o Rustichelli — incontrasse la realtà cruda e a tratti imbarazzante delle relazioni. Boris è un alter ego necessario per dire cose che, come Paolo, mi avrebbero fatto sentire troppo esposto. È uno scudo che mi permette di essere sincero.


C’è un’atmosfera di “tropicalismo emiliano” nell’album che, nella sua classicità, risulta molto attuale. Penso a brani come “Un pezzo alla moda”, dove il testo è moderno ma il suono sembra uscito da una pellicola degli anni ’70. Il ritorno al passato è una forma di resistenza culturale?

Mi fa piacere questa osservazione! Molti addetti ai lavori mi hanno detto chiaramente che si tratta di un suicidio artistico: “Troppo vintage per le case discografiche!”. Eppure, quel suono per me è casa. In quel wannabe latin un po’ grezzo e malinconico mi sento protetto, come fosse una guaina attorno al testo. Non è una ricerca accademica a tavolino, è una necessità fisica. Attualizzare quei linguaggi oggi significa non arrendersi all’omologazione imperante. Un fallimento onesto!

Nel tuo disco parli di “relazioni” in maniera molto matura, dipingendo l’enigma dei sentimenti da più sfaccettature.

Spero resti la sensazione di aver guardato dal buco della serratura una realtà che ci appartiene visceralmente, ma che spesso neghiamo. Le relazioni umane sono grottesche, pesanti, talvolta ridicole, ma sono anche l’unico motore che ci tiene vivi. Se qualcuno, ascoltando questi brani, coglie anche solo un frammento di questo disagio e ci si riconosce con un sorriso amaro, allora il personaggio di Boris ha assolto al suo compito.

Ora devi scoprire le carte: Boris è il tuo alter ego o, un po’ come accade con gli eteronimi di Pessoa, Ćevapčići è solo uno dei tanti personaggi nati dalla tua creatività musicale?

Mi sento più un autore che si lascia comandare dai personaggi. Se una canzone chiama una voce femminile, io mi faccio da parte perché so che la mia non basterebbe a dare quel colore. Il disco è un fil rouge che attraversa le fasi di una relazione — dal controllo tossico e quasi sovrannaturale alla tenerezza più pura — e ogni fase ha bisogno della sua pelle, della sua interpretazione. Non mi interessa l’ego del cantautore; mi interessa che la fotografia finale sia a fuoco, anche se si tratta di un acquerello stridente.