A cura di Andrea Manica
Sulle soglie dei vent’anni di carriera, i Bull Brigade, band di culto della scena punk italiana, riportano sotto i riflettori la loro inconfondibile miscela di cuore ed energia. Con l’uscita del nuovo album Perché non si sa mai, il gruppo guidato da Eugenio Borra si propone di incendiare i palchi dei maggiori club italiani: un risultato straordinario, se si pensa alla fedeltà che la band torinese manifesta da sempre verso l’attitudine street punk più pura.
Il percorso che li porterà il 14 marzo sul palco dell’Estragon Club di Bologna è quello di una maturità consapevole: una produzione curata che veicola quella rabbia genuina capace di renderli un punto di riferimento per i collettivi di tutta Italia. Un nuovo album dei Bull Brigade fa bene a tutto il movimento!
Eugenio, l’Estragon sarà una data importante per i Bull Brigade. Come avete vissuto l’evoluzione del vostro progetto dal “recinto dell’underground” alla possibilità di far divertire migliaia di persone sotto il palco?
Già dal disco precedente avevamo cercato di capire se questo progetto avesse le potenzialità per parlare a un pubblico ampio. L’ambizione e la missione, infatti, risiedevano proprio nell’evolvere in questo senso senza perdere noi stessi. Non volevamo entrare nel mercato tanto per fare, ma vedere se la nostra originalità potesse ritagliarsi uno spazio a prescindere dai generi. Oggi ai nostri concerti vedi persone di ogni età ed estrazione sociale: è il “pubblico dei Bull Brigade”, una comunità calorosa e affezionata. Con questo nuovo lavoro abbiamo accettato una sfida più ambiziosa, con una produzione più “pettinata” e rock, ma l’identità è rimasta la stessa. È una scommessa vinta: siamo riusciti a dare un’impronta melodica senza mai sacrificare l’attitudine.
In questo nuovo album della band avete lavorato molto sul suono e sulla stesura dei brani. E’ vera questa impressione?
Sicuramente! Come ti dicevo, Perché non si sa mai è un disco più melodico e prodotto dei precedenti, ma anche molto divertente e “vero”.
È stato un lavoro meticoloso che ci ha permesso di stare sul mercato della musica generando numeri importanti; per noi questi risultati rappresentano una rivincita per il nostro genere e per i luoghi da cui proveniamo.
Nel vostro album torna spesso il tema della “ricerca della libertà”, un diritto di tutti che oggi sembra paradossalmente più difficile da conquistare rispetto a vent’anni fa. Cosa significa essere liberi nel 2026?
Il punk dovrebbe essere libertà assoluta, ma oggi, paradossalmente, per essere considerati “punk” si finisce spesso intrappolati negli stessi schemi mentali che a vent’anni pensavamo di combattere. La vera libertà per noi è stata quella di dire: “Ok, ora facciamo esattamente ciò che vogliamo”. Se vogliamo scrivere un pezzo più curato o con un ritornello che resti in testa, lo facciamo perché ci sentiamo pronti, non perché ce lo chiede un algoritmo. La libertà per i Bull Brigade è sicuramente non dover montare coreografie per TikTok o seguire le logiche del mainstream solo per esistere. Vogliamo essere un’alternativa per i ragazzi che spesso sono sovrastati da prodotti commerciali senza anima. Noi portiamo storie di periferia, di classe operaia e di vita vera trasmutate in musica: valori positivi che possono arrivare a tutti.
Oggi il punk e certi ideali di aggregazione sembrano tornare centrali, pensiamo al successo delle serie TV di Zerocalcare con cui avete collaborato, ma anche a realtà locali che “si sbattono” per portare musica importante nelle città, come il collettivo Bologna City Rockers. Vedi un risveglio del movimento?
L’Italia è piena di collettivi e realtà di aggregazione popolare che hanno tramandato certe logiche. Se anche solo un decimo dei nostri ascoltatori andasse a scoprire altri gruppi simili che hanno reso importante la scena punk e Oi!, o le nuove leve del genere, per noi sarebbe un risultato importante. Il punk è un’attitudine positiva: il famoso “vai e fallo”. Quello che raccontiamo nei testi viene da quella tradizione lì, ed è bello vedere che oggi c’è fame di appartenenza e di qualcosa di solido a cui aggrapparsi in un mondo sempre più liquido e digitale.
Bologna è una tappa fondamentale del tour. Che legame hai con la scena punk di questa città?
Il legame con il grande Steno dei Nabat è molto forte, nato quando ero un ragazzino di diciannove anni. Lo vidi al Mattone Rosso di Vercelli e ne rimasi folgorato, specialmente dai brani più prodotti come Cronaca di un uomo ferito. Negli anni siamo diventati amici e ci confrontiamo spesso. Poi sono legatissimo agli Stab: il loro vinile Tempi Moderni mi ha aiutato tantissimo durante l’adolescenza. Suonare all’Estragon è un modo per fare da ponte tra quella storia e il presente.
14/03/2026
Estragon Club – Bologna
https://www.estragon.it/it/events/2026-03-14/bull-brigade



Lascia un commento