A cura di Andrea Manica.
I Marlene Kuntz rappresentano, nella storia musicale del nostro paese, la ricerca assoluta di una bellezza concreta, non lineare e affabulatrice: il manifesto di una poesia che cerca la propria voce tra le macerie e reflussi del tempo, trasformando il suono in necessità. Lo scrittore bolognese Enrico Brizzi ha detto: “I Marlene Kuntz non sono un gruppo di rock italiano, ma l’unico gruppo italiano di Rock”.
In occasione della data bolognese all’Estragon del 19 Marzo (e della meravigliosa ristampa trentennale de Il Vile, con le illustrazioni di Alessandro Baronciani) abbiamo avuto il privilegio di sederci a riflettere con Riccardo Tesio, chitarrista fondatore della band e architetto di quelle trame elettriche che hanno definito un’epoca.
Riccardo, partiamo dall’atmosfera che si respirava durante la genesi de Il Vile. Venivate dal successo folgorante di Catartica ed eravateall’apice di un’epoca musicale alternativa che oggi appare irripetibile. Come avete vissuto quella responsabilità creativa?
È stato un periodo elettrizzante. Sentivamo che la cosa stava crescendo settimana dopo settimana, concerto dopo concerto. Questa consapevolezza ci caricava di una responsabilità enorme: non potevamo sprecarla, dovevamo fare il miglior disco possibile. Era diventata una missione che sfiorava l’ossessione. Passavamo ore infinite in sala prove a Cuneo, tra i tantissimi live di quel periodo, registrando ogni idea su cassetta e lavorando poi maniacalmente sulle strutture. Se i pezzi de Il Vile suonano così elaborati è perché c’è stato un lavoro di scavo e di cesello profondissimo. Non volevamo solo confermarci; volevamo spingere l’acceleratore su un’identità sonora ancora più massiccia e senza compromessi.
Siete stati tra i primi a guardare fuori dai confini nazionali, portando in Italia sonorità noise e sposandole con delle liriche in italiano ricercate e originalissime. Quali suggestioni guidavano la vostra ricerca sonora in quel momento?
In quel periodo ci sembrava che il rock, per come lo intendevamo noi, in Italia quasi non esistesse. Ascoltavamo i Sonic Youth — di cui abbiamo sempre citato l’influenza — i Pixies, ma anche cose più oscure e pesanti come i Kyuss. Era il momento del grunge. Il punto focale, però, non era scimmiottare l’America, ma far combaciare quella pasta sonora con la nostra sensibilità. È stato un equilibrio difficile, specialmente nel lavoro sulla lingua: l’italiano ha una sua metrica lirica e noi volevamo farla convivere con la distorsione. Cercavamo di nobilitare il rumore attraverso la parola, senza risultare mai banali o derivativi.
Spesso i vostri brani non nascono da un semplice giro di accordi, ma da un incastro complesso. Il “muro di suono alla Marlene” è diventato un riferimento seminale per generazioni di musicisti. Ci spieghi meglio questa filosofia?
Spesso nel rock si tende a pensare a una melodia sorretta da accordi; noi invece lavoriamo per sottrazione e incastro. Se prendi un brano come 3 di 3 e isoli i singoli strumenti, ognuno sembra fare qualcosa di slegato. Ma quando li metti insieme, il pezzo esplode. Le due chitarre e il basso si completano a vicenda: non è solo volume, è architettura. Se ascolti uno strumento alla volta, a meno che tu non sia un ascoltatore accanito dei Marlene Kuntz, quasi non riconosci la canzone. È l’unione che crea il nostro “suono”, quel tutt’uno dove la distinzione tra gli strumenti scompare per lasciare spazio all’emozione pura. Ricordo una ricerca forsennata in questo senso, inseguendo melodie sempre più sorprendenti nel nostro “contrappunto” elettrificato.
Tornare a suonare Il Vile oggi, dopo la scomparsa di Luca Bergia e anni di evoluzione verso una “forma canzone” più cantautorale, che effetto vi ha fatto?
Riprendere in mano pezzi che non suonavamo da decenni ci ha costretti a rientrare in quel periodo storico. Per il nostro nuovo batterista è stato un lavoro enorme partire da zero, ma anche per me e Cristiano è stato un viaggio nel tempo. Abbiamo riscoperto soluzioni armoniche che avevamo dimenticato, cercando di recuperarle esattamente come erano in origine: quel blocco scuro e omogeneo che rende Il Vile unico nella nostra discografia. All’epoca per alcuni era un disco “troppo” cupo, ma per noi è un blocco di granito che abbiamo sempre amato per la sua compattezza. Risuonarlo oggi non è solo un omaggio, è ritrovare un’intensità viscerale che, per fortuna, non è andata perduta.
I Marlene, dopo il tour di Catartica, riportano il pubblico ad “Onorare il Vile”. Avete notato un ricambio generazionale sotto il palco?
È la cosa che più mi ha colpito. Mi aspettavo solo i fan della prima ora, invece ci sono tantissimi ragazzi giovani. Forse, proprio come capitava a me e Cristiano a fine anni Ottanta, c’è ancora chi cerca qualcosa di diverso dalla musica mainstream, qualcosa di “estremo” nel senso della verità. Questi ragazzi hanno voglia di sentire strumenti veri e concerti suonati, dove il rischio e la passione si percepiscono in ogni nota. La ricerca della bellezza, in fondo, non ha età: è una necessità dell’anima che ti coglie quando senti che una canzone sta dando voce a qualcosa che avevi dentro, ma che non sapevi ancora come dire.
Malene Kuntz suona Il Vile Tour 2026
5 marzo – The Cage – Livorno
7 marzo – Mamamia – Senigallia
12 marzo – New Age – Treviso
19 marzo – Estragon – Bologna
20 marzo – Orion – Roma
25 marzo – Hall – Padova
26 marzo – Alcatraz – Milano
27 marzo – Viper – Firenze
8 aprile – Hiroshima Mon Amour – Torino
9 aprile – Hiroshima Mon Amour – Torino
16 aprile – Casa della Musica – Napoli
18 aprile – Demodé – Bari
Biglietti!
https://www.estragon.it/en/events/2026-03-19/marlene-kuntz-suona-il-vile



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