De Reditu Suo è un’opera errante. Rutilio Namaziano, l’ultimo poeta pagano, nel 417 d.C. raccontava il ritorno via mare verso la Gallia mentre l’Impero Romano si sgretolava sotto i colpi dei Goti. Per quanto tempo il rumore di una caduta può riecheggiare? Il disfacimento di Roma si fa rappresentazione del nostro decadere, in un eterno ritorno della dissoluzione.
Il suono di questa lenta discesa, a volte dolorosa e a volte liberatoria, è racchiuso nel violoncello di Giuseppe Franchellucci che, in questo dialogo con la disfatta, svela come quel viaggio antico sia diventato il riflesso speculare del nostro smarrimento, trasformando la musica in un approdo necessario.
Giuseppe, il tuo lavoro “De Reditu Suo” nasce da un parallelismo storico e umano con l’omonimo poema di Namaziano. Perché sei partito proprio da questo testo?
C’è qualcosa di profondamente malinconico, ma anche di estremamente dignitoso, nel guardare le rovine di un mondo mentre se ne cerca uno nuovo. È esattamente quella tensione che mi ha catturato. Durante il lockdown, mentre la nostra società subiva un trauma collettivo che ne scardinava la routine, io, da appassionato di storia, ho sentito il bisogno di cercare un’eco nel passato e ho iniziato a lavorare su questo testo.
Namaziano scrive in un’epoca di transizione violenta: il vecchio sistema di valori crolla, il cristianesimo avanza e i Barbari hanno già saccheggiato Roma. Il suo “ritorno” alla terra natia non è solo uno spostamento geografico, ma una necessità interiore di ritrovare le proprie radici mentre il mondo intorno si dissolve. Ho rivisto in noi quella stessa percezione di fine impero, quel senso di sgretolamento che però nasconde, in fondo, una ricerca di senso.
Nel disco, il violoncello dialoga con l’elettronica in un gioco tra le parti a tratti mistico. Come hai tradotto musicalmente l’idea del poema?
Ho cercato una sintesi che andasse oltre la composizione formale. Mi interessava la “frequenza” pura, il suono che si fa materia. Ho registrato le parti acustiche con l’aiuto di Stefano Pilia in luoghi densi di silenzio, come una chiesa a Roseto degli Abruzzi, per poi lavorare con Pilia sulla tape manipulation.
L’elettronica rappresenta l’elemento disturbante o trasfigurante: quel mare che Namaziano deve solcare perché le vie di terra sono interrotte dai Vandali. È un chiaroscuro sonoro: ci sono discese negli abissi e risalite repentine. Non volevo brani chiusi, ma una suite teatrale che restituisse lo stato d’animo di chi naviga a vista.
C’è una componente corale importante nel tuo progetto, con voci che sembrano emergere dal mito o dal subconscio. Qual è il ruolo dell’”altro” in questo viaggio?
Nonostante sia un percorso introspettivo, non volevo che fosse un soliloquio isolato. La presenza di Alessandro Trabace, la voce di Susanna La Polla o il canto di Hanxiao Zhang aggiungono strati di umanità. La voce di Hanxiao, in particolare, porta il tema su un piano universale, quasi atemporale. Sono molto grato per questa collaborazione.
È come se nel mio viaggio incontrassi dei compagni di sventura o delle sirene che aiutano a decodificare il presente. Abbiamo lavorato come un collettivo per dare corpo a un quadro emozionale che parlasse di una serenità possibile, anche dopo il trauma.
In un’epoca dominata dal superfluo e dalla velocità, il tuo disco richiede un ascolto quasi meditativo. Cosa speri che resti in chi si immerge in queste sonorità?
Spero che l’ascoltatore riesca a spogliarsi dei preconcetti. Mi piace pensare a un approccio “bambino”, ovvero seminale, nudo. In un momento storico saturato da troppe parole, la musica strumentale ha il compito di toccare le corde arcaiche del nostro animo. Vorrei che questo lavoro aiutasse a guardare il nostro tempo da una prospettiva più alta, meno condizionata dall’urgenza del quotidiano. È un invito alla sosta, alla riflessione sulla propria “caduta” e sulla propria, inevitabile, ripartenza.
Secondo noi, De Reditu Suo è un luogo privilegiato da cui percepire ciò che deve accadere.




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