C’è un’energia che si misura in ritmo, in sudore condiviso e in polvere sollevata sotto un palco. Venticinque anni fa la Bandabardò incideva un disco live che ancora oggi si dimostra un vero manifesto espressivo. Riascoltandolo, ci si immerge nei ricordi e nell’energia di un concerto pieno di gioia. Mentre quell’album iconico, dal titolo Se mi rilasso, collasso, soffia sulle sue prime venticinque candeline, la Bandabardò torna per un imperdibile appuntamento dal vivo sul palco dell’Estragon, il 28 marzo.
Abbiamo parlato di questo avvenimento con Finaz.
Finaz, riascoltando oggi quel live all’Estragon si percepisce un’elettricità quasi tangibile. Era una bella “primavera” per la musica italiana. Che sapore aveva per voi quel momento storico?
Guarda, me lo ricordo benissimo perché è stato un momento seminale, non solo per noi ma per tutta la musica italiana. In quell’occasione eravamo, tra virgolette, “fuggiti” da una major; avevamo deciso di tornare a fare le cose in casa e di autoprodurre il disco. Con nostra massima sorpresa siamo entrati prepotentemente in classifica nei primi dieci posti, restandoci per un mese intero in un periodo in cui, per stare lì, dovevi vendere veramente tanti dischi!
La scelta di fare un disco live era venuta naturale perché quella era la nostra dimensione; avevamo tutto pronto per uscire, poi è arrivata la magia di un inedito. È nato quello che poi è diventato uno dei nostri cavalli di battaglia: Manifesto. Una canzone che è ancora molto importante per noi. In quel brano abbiamo avuto il piacere di avere come produttore Riccardo Sinigallia, che all’epoca lavorava con Frankie hi-nrg e Niccolò Fabi ed era un nostro grande amico. Era un momento in cui stavamo viaggiando tantissimo, facevamo più di 200 concerti l’anno, eravamo rodatissimi. Riascoltare quel disco oggi mi ha fatto capire che avevamo un “tiro” pazzesco! E ti posso assicurare che ancora oggi sul palco ci difendiamo bene.
Molte canzoni di quel periodo risuonano ancora grazie alla loro attualità: Manifesto, Ubriaco canta amore, Beppeanna… È incredibile come dopo un quarto di secolo siano ancora nelle piazze, cantate dai quindicenni nelle occupazioni o durante le manifestazioni. Vi aspettavate questa natura transgenerazionale?
Io penso che gli autori siano forse gli ultimi ad accorgersi di quello che hanno fatto; all’inizio sei semplicemente soddisfatto di aver comunicato qualcosa di importante. Ci speravamo, ma il risultato è andato oltre le aspettative. Ancora oggi — come l’anno scorso quando abbiamo partecipato alle manifestazioni per la pace nella nostra Firenze — vediamo cantare ragazzi di quindici anni. Generazioni “non sospette” intonano ancora Manifesto o Beppeanna.
In questi venticinque anni le nostre parole hanno rappresentato un momento di risveglio, di contestazione pacifica. Il testo dice: “Resto nudo e manifesto”. Dico la mia ma sono nudo, senza armi, senza violenza, solo con il sorriso, con la musica e con la danza. La sorpresa è che in questo tour le prime file sono piene di giovani. La nostra musica si rivela transgenerazionale: anche se il panorama è cambiato, la nostra genuinità e la nostra energia piacciono ancora molto. Questa per noi è una coccarda, una medaglia che ci mettiamo sul petto.
In quel disco c’è il riflesso di una scena fortissima: Piero Pelù, i Mau Mau, Silvestri, Gazzè. Sembrava una grande famiglia, con tante collaborazioni nate dall’amicizia, molto diverse dai duetti “a tavolino” di oggi.
Diciamo che erano tempi particolari, o forse eravamo più giovani e vivevamo in quel modo, ma c’era molta collaborazione tra gli artisti e molta vera amicizia. Oggi vediamo tantissimi duetti, ma spesso sono pilotati e hanno uno spirito commerciale. Le collaborazioni che facevamo noi nascevano veramente dalla stima e dall’amore reciproco.
Piero Pelù è stato un carissimo amico, ha cantato nel nostro primissimo singolo Viva Fernandez e ci ha voluto spesso sul palco con i Litfiba, dandoci una mano enorme. Negli anni Novanta c’era un panorama invidiabile: c’eravamo noi, i Mau Mau, i Subsonica, i Modena City Ramblers, Carmen Consoli, Max Gazzè, Daniele Silvestri. Eravamo tutti amici, suonavamo negli stessi festival e ci scambiavamo spesso anche sul palco. Con Daniele ci conoscevamo dai locali di Roma; quando compose Cohiba ci telefonò e disse: “Ho scritto un pezzo ‘alla Bandabardò’, perché non venite a registrarlo voi?”. Ancora oggi Cohiba sembra quasi un pezzo scritto da noi. C’era tutto un humus particolare, corroborato da una città come Firenze che allora offriva molti spazi in cui suonare.
Voi avete costruito la vostra carriera macinando chilometri, suonando anche nei centri più piccoli. È stata quella la vostra palestra musicale?
Hai centrato l’obiettivo, perché la band è proprio questo. Fin dall’inizio abbiamo scommesso tutto sul live, sul portare la musica a casa della gente. Abbiamo suonato nei più piccoli centri d’Italia; siamo preparatissimi in geografia perché abbiamo girato ovunque, dai capoluoghi ai paesini, e in ogni posto c’è sempre un’emozione.
Questa scelta alla lunga ci ha ripagato. Mentre tanti colleghi del pop ci guardavano come UFO perché ce ne fregavamo della televisione o della radio, oggi che il mercato discografico tradizionale è crollato noi siamo ancora qui. Chi ha costruito in modo sano il cosiddetto “zoccolo duro” vede che, dopo trentatré anni, facciamo ancora quasi tutto sold out. Il rapporto con la gente è meraviglioso. Il musicista nasce così: si suonava nei salotti, nelle locande. La vera trasmissione dell’arte è vedere la reazione della gente dal vivo, e questa nessuna intelligenza artificiale potrà mai darla.
Oggi si parla tanto di algoritmi e controllo, eppure la musica sembra essere diventata più “prudente”. Tu come vedi questo clima rispetto alla libertà di allora?
Non credo che il mondo fosse più ingenuo prima, semplicemente ci credevamo di più e, quando credi in qualcosa, non hai paura di metterci la faccia. Oggi si vive più in un’ottica di calcolo: “Se faccio questo, magari mi chiudono delle porte”. C’è tutto un mondo in cui devi stare attento a come ti muovi, perché se sbagli a dire qualcosa sui social rischi di essere rovinato, o magari vieni semplicemente frainteso e crocifisso.
È un mondo meno libero. La rete avrebbe dovuto democratizzare l’essere umano, invece l’ha stretto in una gabbia. È l’inganno dell’algoritmo: pensi di essere libero di scegliere e invece sei controllatissimo. Sembra di vivere in un brutto libro di Orwell o in un film distopico; anzi, la realtà è quasi peggio di quanto predetto. Cosa ci è rimasto? La voglia di fare e di non farsi schiacciare. Io ho molta fiducia nei ragazzi di oggi, sono molto sensibili, ma hanno più difficoltà ad aggregarsi perché vivono legati al telefono. Però la “rivoluzione gentile”, quella fatta con i fiori e il sorriso, resta secondo me l’unico modo per scappare.
Un’ultima cosa: quando Beppeanna è diventata per tutti “Se mi rilasso, collasso”, vi siete offesi o l’avete presa bene?
Non ce lo saremmo mai aspettato, ma fin dall’inizio abbiamo alzato le mani. Anzi, nell’edizione del 2018 per i 25 anni di carriera, è uscita una versione con il contributo di grandi amici come Stefano Bollani, Carmen Consoli, Max Gazzè, Daniele Silvestri e Caparezza, e l’abbiamo intitolata proprio Se mi rilasso, collasso. In fondo il nome della canzone lo hanno deciso i fan, ed era giusto così. Anche perché Beppeanna era il nome di un giochino antico, forse della generazione precedente alla nostra; non pretendiamo che tutti sappiano cosa significa!
Biglietti!
https://www.estragon.it/en/events/2026-03-28/bandabardo



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