A cura di Andrea Manica
L’incontro con Pierpaolo Capovilla avviene in occasione del concerto al Locomotiv Club di stasera, 10 aprile 2026, insieme ai suoi Cattivi Maestri. Capovilla e i suoi compagni si apprestano a travolgere il pubblico dello storico locale bolognese con la loro poesia bruciante, magnetica e necessaria.
Nei due nuovi singoli, Per le vie della città e Dimenticare Maria, emerge l’urgenza espressiva della band: una ritrovata fierezza antica e una pietas che non è rassegnazione, ma partecipazione attiva al dolore del mondo.
Pierpaolo, partiamo proprio da qui. Ascoltando i nuovi brani dei Cattivi Maestri, si percepisce una tensione vitale ritrovata. C’è una “gioia nella lotta” evocando Marx: l’idea che l’emancipazione non sia solo un obiettivo politico, ma la forma stessa attraverso cui la vita ritrova la propria dignità. Un rimedio all’alienazione. Abbiamo centrato una delle chiavi di lettura di questo vostro nuovo lavoro?
Non c’è dubbio. Lottare rende la vita avvincente, la sottrae al grigiore dell’indifferenza. Incazzarsi, esercitare la vigilanza democratica, esserci: sono azioni assolutamente necessarie in questo momento così buio, in cui intorno a noi si spalanca l’abisso morale. Io insisto molto su questo punto: la canzone popolare deve riflettere tutto ciò, deve sporcarsi le mani con il fango del presente, altrimenti a cosa serve? Se non serve a risvegliare, a scuotere, allora non serve a nulla. La felicità nella lotta non è un paradosso: è la consapevolezza che opporsi alla deriva dei tempi è l’unico modo per restare umani.
In questa tua ricerca emerge un elemento importante. Nel vostro lavoro precedente come Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri la copertina raffigurava un “Ecce Homo”, oggi il brano Dimenticare Maria suona come una supplica a non perdere la compassione verso il prossimo. In che modo la canzone, intesa come forma di preghiera, può agire come forza umanizzante tra le macerie della modernità?
Mia madre, prima di concepire me e le mie due amate sorelle, è stata suora novizia nell’Ordine Paolino. Mio padre stesso voleva farsi sacerdote. Ho un retaggio cattolico fortissimo, che mi porto dentro.
Sono figlio di quel mondo, quello di Famiglia Cristiana, per intenderci. Poi, chiaramente, sono arrivate l’adolescenza, la rivolta, gli studi, Karl Marx e il “tanti saluti a Gesù Cristo”. C’è un però: sarebbe stupido non accorgersi che il tempo passa e i processi storici cambiano. Oggi la Chiesa non è più lo “spietato cuore dello Stato” che Pasolini denunciava ne La religione del mio tempo. Se guardiamo alla società civile italiana, la Chiesa è diventata il più autorevole anticorpo democratico che ci resta. Immaginiamo cosa farebbero i nostri fratelli migranti senza la Caritas: non avrebbero nemmeno la possibilità di una doccia, di un pasto caldo o di un aiuto con la lingua. Mentre la politica discute di decreti sicurezza e CPR, in figure come il Cardinale Battaglia, l’Arcivescovo di Napoli, trovo una profondità intellettuale e umana che altrove è scomparsa. Oggi le compagne e i compagni dei centri sociali dicono le stesse cose del Papa sulla guerra e sulle armi. Sentire questa sintonia mi fa respirare; non tutto è perduto. Prima parlavi di pietas, ma c’è un’altra espressione pertinente: cum patio, la capacità di “patire insieme”.
Questa ritrovata speranza nella lotta sembra un tratto peculiare del tuo attuale percorso artistico. Penso anche al film Le Città di Pianura di Francesco Sossai, dove interpreti Doriano. Insieme a Carlobianchi (Sergio Romano), il tuo personaggio non perde mai la gioia di vivere e la voglia di “farsi l’ultima bevuta” nonostante il contesto sia quello di un popolo sconfitto che ha confuso il progresso con lo sviluppo economico. È questo il grande inganno del nostro tempo?
Esattamente. Abbiamo scambiato la crescita economica con il progresso civile, ma questo sviluppo economico spesso ostacola la vera evoluzione dell’uomo. Guarda come trattiamo i detenuti? I migranti? Che senso ha parlare di democrazia se trattiamo le persone come scarti? Oggi l’unica libertà concessa è quella di consumare, mentre tutto il resto ci viene negato.
La canzone popolare ha il dovere di denunciare questa ipocrisia, e invece cosa cantano i vari Tony Effe?
Il niente più assoluto.
In Germania, nel Regno Unito, a Belfast questo non accade. A Belfast i Kneecap stringono un’alleanza naturale con il popolo; qui in Italia, invece, si scimmiottano i rapper americani nel loro vuoto pneumatico. Mi fa rabbia, perché questi artisti sono diventati nemici dei ragazzi: propongono un mondo finto, violento e vacuo. E noi, compagni inclusi, abbiamo spesso snobbato il popolo e le periferie. Pensa al mondo delle tifoserie: lo abbiamo considerato un fenomeno basso e inutile. Un errore gravissimo. Se non torniamo a fare comunità e a offrire un’alternativa culturale, quegli spazi se li prendono i nazisti! I ragazzi hanno bisogno di sentirsi parte di qualcosa. Tutti dovrebbero farsi un esame di coscienza, i discografici soprattutto: vendono spazzatura che avvelena le menti. Spero che il popolo un giorno gliela faccia pagare, gettandoli tra le ortiche. Tornino nelle loro pozzanghere, questi rospi maledetti!
La nostra associazione si ispira al lavoro di Roberto Roversi, che si è sempre battuto per una canzone capace di affrontare i grandi temi etici senza mai diventare elitaria, restando connessa alla contemporaneità.
Che meraviglia il lavoro di Roversi! Resto convinto che la canzone sia politica al massimo livello quando riesce a emozionare l’intelletto e la spiritualità di tutti. Quanto manca Pino Daniele? L’Italia ha avuto una grande tradizione della canzone popolare, anche a Bologna, Lolli, Guccini, Dalla: giganti che sapevano raccontare la povera gente e, soprattutto, il grande amore.
A proposito di Claudio Lolli, quest’anno ricorrono i cinquant’anni di Ho visto degli zingari felici. Al Teatro Cinema Galliera di Bologna, lo scorso 7 aprile, la band originale del disco ha risuonato integralmente quella meravigliosa suite con Mirko Menna alla voce. Tu proprio in quel teatro, nel 2019, interpretasti una versione intensa di Io ti racconto durante una serata memorial dedicata al cantautore bolognese. Qual è il tuo rapporto con la sua opera?
Io amo Claudio Lolli. Quando ho cantato il suo brano, ho sentito che quella stagione non è morta, è solo sommersa. La bellezza di una canzone sta nel saper far vibrare le corde del cuore; se ci riesci, quel momento vale più di mille comizi. È un legame indissolubile tra etica ed estetica. Nonostante il buio attuale, credo nei corsi e ricorsi storici: tornerà un’epoca di grande poesia e questi personaggi che oggi dominano le classifiche spariranno senza lasciare alcuna traccia. La grande poesia civile è necessaria.
Grazie Pierpaolo per il tempo che hai dedicato a Officina Roversi.
Un abbraccio partigiano a voi e ai lettori. Speriamo che nasca presto una resistenza culturale che non abbia paura di alzare la voce contro l’abisso!
Date del Tour 2026 “Pierpaolo Capovilla e i cattivi maestri” :
- 10 Aprile: Bologna – Locomotiv Club
- 11 Aprile: Macerata – Csa Sisma
- 17 Aprile: Roma – Hacienda (Invincible Fest)
- 26 Aprile: Milano – Arci Bellezza
- 9 Maggio: Vittorio Veneto (TV) – Palafenderl
- 13 Maggio: Torino – Hiroshima Mon Amour
Biglietti:
https://www.locomotivclub.it/event/pierpaolo-capovilla-i-cattivi-maestri/




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