a cura di Andrea Manica

Quella di Mauro Ermanno Giovanardi è una voce capace di coinvolgere e abbracciare il pubblico con una peculiarità rara: l’essere sempre fedele a se stessa, rinnovandosi senza mai scadere nell’autocelebrazione. Quello con Mauro è un incontro fondamentale per la nostra rubrica “Radici & Futuro”, poiché nel suo percorso la scelta delle parole è sempre stata una prerogativa di qualità, testimoniando, attraverso un lavoro accurato, l’importanza e la militanza di una Canzone d’Autore che esige gusto e attenzione. Un modello per chiunque abbia a cuore questa forma d’espressione.

Il suo nuovo album, “E poi scegliere con cura le parole”, è già nel titolo una dichiarazione d’intenti, un manifesto etico e artistico. Come rivelato dallo stesso Giovanardi in diverse interviste, la sfida per chi abita la musica da tempo è riuscire a pensarsi “sempre al primo album”.

Mauro, hai raccontato che questo disco nasce da una gestazione profonda. Com’è stato trasporre queste nuove produzioni, così meditate, nella dimensione live?


Siamo proprio agli inizi di questa avventura; stiamo prendendo le misure con il palco perché questo disco è stato un lavoro completamente diverso da tutto ciò che ho realizzato in passato. L’idea di partenza era ambiziosa: immaginare una canzone d’autore del terzo millennio che facesse a meno di chitarre e batterie analogiche. Abbiamo costruito i brani su architetture elettroniche, utilizzando campioni e synth che sostituiscono fiati e archi. Volevo ribaltare il dogma dell’elettronica: spesso cassa e rullante sovrastano ogni cosa, mentre qui desideravo che l’elettronica servisse lo stile “autoriale” dei brani senza snaturarlo. Tutto ruota attorno alla voce, ma con dinamiche per me nuove ed entusiasmanti. Volevo che la parola arrivasse all’ascoltatore con estrema cura, senza perdere un solo istante dell’intenzione del testo; come in certi lavori del Leonard Cohen maturo, l’elettronica deve essere uno strumento che asseconda il canto.

Ora sono concentrato sulla dimensione del concerto. Sul palco ho voluto due postazioni di tastiere e una sorta di salottino con un comodino e una lampada, per creare un contrasto tra l’atmosfera di una dancehall e quella del teatro. Il pubblico sta apprezzando molto questa dinamica, intima e d’impatto al contempo, che bilancia momenti elettronici e letture tratte dagli autori che più amo, da Pasolini a Tondelli, fino a Salinas.


C’è un concetto che ricorre spesso nel tuo racconto: la lentezza. Per noi questa è una prerogativa essenziale, convinti come siamo che solo la scelta accurata delle parole – per necessità e non per calcolo – sia la via per una canzone d’autore davvero significativa. È una scelta di campo rispetto alla frenesia del mercato odierno?


Assolutamente. La lentezza è stata una delle chiavi di lettura sia nel lavoro con i La Crus, sia nel mio percorso solista. Mi permette di essere riflessivo, di condurre me stesso e il pubblico in una dimensione introspettiva. In questo disco ho cercato un equilibrio delicatissimo. Anche in un pezzo come “Veloce”, che viaggia a 140 BPM e spinge al movimento, c’è spazio per il pensiero. Si fonda su una selezione rigorosa delle parole: è una corsa labirintica nella notte, ma con la consapevolezza della meta.


In questo album spicca “La coscienza della mia generazione”, scritta con Francesco Bianconi. È un brano che sembra scaturire direttamente dalla riflessione profonda che hai compiuto sulla stagione musicale degli anni ’90. Il tuo progetto “La mia generazione” è stato per noi un modo prezioso per confrontarci con un periodo che abbiamo amato moltissimo. Ricordiamo anche il festival alla Mole Vanvitelliana di Ancona: i live sul mare Adriatico, i momenti di riflessione sopra e sotto il palco, la mostra con le magnifiche foto di Guido Harari furono un’immersione totale in quel mondo. Questa canzone ha il pregio di essere il resoconto di un’epoca; un bilancio malinconico che non smarrisce però l’idealismo.

Mi rendi felice con queste parole. Ti svelo un segreto: questo brano è stato molto influenzato da quel progetto, ma è nato molto prima! L’idea nacque addirittura nel 2011; me ne innamorai subito e avrei voluto che diventasse il pezzo del ritorno dei La Crus a Sanremo. Poi, confrontandoci anche con Valerio Soave – da sempre un riferimento per noi – decidemmo di portare Io Confesso.

Sono però rimasto molto legato a questa canzone: è stata infatti la prima a nascere tra i tredici brani del nuovo disco. L’idea iniziale era raccontare il viaggio degli anni ’90 e il titolo doveva essere L’innocenza della mia generazione. Lavorandoci con Francesco Bianconi, amico di lunga data, ci siamo resi conto che la nostra non è stata una generazione poi così ‘innocente’.

Nel disco abbondano i riferimenti poetici e personali: gli ‘innamorati eroi’ sono gli stessi che Bowie vedeva a Berlino, dagli Hansa Studio, baciarsi sotto il muro.  Amo questo pezzo perché rappresenta una coerenza etica: la forza di non gettare mai la spugna e la capacità di guardare indietro con occhio critico e sincero.


La sincerità è un altro tratto distintivo del tuo lavoro. Spesso oggi la musica sembra aver paura di prendere posizione, o quando lo fa scivola in una retorica piatta. Tu, invece, cerchi di “alzare l’asticella” attraverso la poesia.


Viviamo un momento delicato in cui la semplicità è stata sostituita dalla semplificazione. I social hanno imposto modelli da tifoseria: o con me o contro di me. In questo contesto, trattare certe tematiche senza scadere nella retorica è difficilissimo.

Io preferisco usare il fioretto anziché la spada, conscio che entrambe le armi possiedano delle criticità: con la spada si rischia la banalità; con il fioretto si rischia che il messaggio fatichi ad arrivare, perché oggi la gente vuole tutto e subito, in dieci secondi. Scelgo comunque il fioretto perché considero la retorica il male assoluto, un mostro da cui sono sempre fuggito.

Credo che un artista abbia la possibilità di lasciare una traccia del suo passaggio su questa terra e io scelgo di lasciare messaggi che mi somiglino. Se avessi voluto solo fare soldi, non avrei scritto le mie canzoni. È un discorso complesso, ma resta la mia convinzione: l’unico modo per sconfiggere la morte è lasciare di sé un segno sincero.


Torniamo dunque a “E poi scegliere con cura le parole”, un impegno che tu  porti avanti  da sempre come una missione.


È proprio così. Quando sali su un palco sei nudo. Se fingi, la gente ti “sgama”. Ma se sei sincero e dici “io sono questo”, crei un legame vero e duraturo. Scegliere le parole è fondamentale. Voglio potermi guardare allo specchio ogni mattina mentre mi faccio la barba e non dovermi vergognare di nulla. Ogni incontro, ogni intervista, ogni persona che incrocio può insegnarmi qualcosa. Se tieni le distanze e “fai il figo”, non hai colto le vere potenzialità di questo mestiere.

In un mondo così complesso da interpretare, il compito dei poeti è aiutarci ad alzare lo sguardo. Mauro Ermanno Giovanardi è sicuramente uno di loro.

foto di Raffaella Vismara