a cura di Andrea Manica
Setak è un cantautore raffinato ed elegante che, con caparbietà, associa al dialetto della sua amata terra, l’Abruzzo, sonorità fascinose capaci di ampliare lo spettro del suo linguaggio sonoro verso un’universalità internazionale. La sua è un’interessante ricerca dove la polvere sollevata dai passi su un sentiero di montagna si mescola al riverbero di un amplificatore dimenticato acceso in un club di periferia. “Assamanù”, il suo terzo album — vincitore della Targa Tenco come miglior disco in dialetto — chiude il sipario sulla sua prima trilogia discografica. È un lavoro ricercato e maturo che rifugge l’omologazione del consenso facile, trovando nel suono della voce la sua vera, universale cittadinanza.
Nicola, siamo in un momento di passaggio. Stai affrontando il tour nei club che ti porterà a calcare il palco del Locomotiv di Bologna il 14 Maggio. Cosa porterai dal vivo in queste date?
È un momento creativo bellissimo perché sento ancora l’onda lunga di “Assamanù”. Sembra ieri che è uscito, eppure siamo già nel 2026; sono passati due anni, ma l’entusiasmo intorno a questo disco non accenna a spegnersi. Questo tour nei club è un modo per godermi fino in fondo il rapporto con un pubblico che è cresciuto insieme al mio progetto. Bologna, poi, ha una sensibilità speciale: Roversi, da cui prende ispirazione il vostro progetto, è l’esempio perfetto di come la parola possa essere politica e poetica allo stesso tempo. Portare le mie storie lì, in un momento in cui sento di aver completato un percorso narrativo con i primi tre dischi, mi dà una libertà nuova. Ho la testa già proiettata verso il futuro, verso il momento di rimettermi a scrivere, e questo tour è il sigillo necessario su tutto quello che ho costruito finora.
Partiamo proprio dalla peculiarità del tuo percorso. Tu hai riportato il dialetto abruzzese sotto i riflettori in modo solitario, quasi eretico. Non hai scelto la via rassicurante della musica popolare o del saltarello per far ballare le piazze; hai invece dato un respiro internazionale alla tua lingua. Ti sei mai sentito un “alieno” in un panorama italiano che spesso fatica ad abbracciare la novità?
Assolutamente sì, all’inizio è stata una scelta tutt’altro che semplice. Il mio non è il napoletano, che ha già una sua strada spianata nella musica globale. È un dialetto che ho dovuto “sdoganare” io stesso, prima di tutto ai miei occhi e poi a quelli degli addetti ai lavori. Con il mio produttore, Fabrizio Cesare, abbiamo definito molto bene le linee guida: spesso in Italia si prende un genere — per esempio il funk — e ci si “appiccica” sopra il dialetto. Io volevo invece che musica e lingua nascessero insieme, che fossero una cosa sola. È un percorso più difficile e tortuoso perché non offri appigli facili, ma alla fine è l’unico che mi permette di essere sincero. Essere l’unico a tracciare questa strada sul mio dialetto è stato complicato, perché è mancata una rete pronta a ricevere la mia musica, così come sono mancati dei modelli di riferimento diretti.
Questa attitudine suggerisce la necessità di un “presidio culturale” dialettale che superi le barriere di genere. Mi sembra un movimento che si sta sviluppando in maniera rilevante: penso ad artisti come Krano con il dialetto veneto, o a Maria Violenza che associa il siciliano al post-punk. Linguaggi diversi che condividono l’urgenza di restare radicati al territorio senza stereotipi. Senti che la tua musica abbia anche questa funzione “politica”, nel senso più alto del termine?
Ne sono convinto: ogni gesto artistico è politico, anche decidere di non esporsi lo è. Per me, raccontare l’Abruzzo in modo intimo e non commerciale è un atto di resistenza. Spesso l’industria musicale oggi tende ad accontentare il pubblico invece di sorprenderlo; l’artista rischia di diventare un distributore di certezze, mentre per me dovrebbe mostrare un punto di vista laterale, inedito. Il dialetto mi serve per arrivare al cuore del reale, per raccontare storie biografiche che diventano universali. Lo tratto come se fosse una lingua straniera: non voglio che la gente pensi solo “ah, guarda, l’abruzzese”, voglio che si riconosca nel sentimento, nella malinconia o nella rabbia che quel suono trasmette. Bisogna avere il coraggio di non essere intercambiabili.
C’è una certa fatica, però, a farsi capire dagli addetti ai lavori quando non si è facilmente catalogabili.
Esattamente. È la maledizione della semplificazione. Appena sentono un dialetto o un certo ritmo, molti pensano subito alla musica folk da sagra. Ma io sono cresciuto con i Pink Floyd, con Simon & Garfunkel; amo follemente Bon Iver e la world music più ricercata. Il cantautorato “puro” l’ho scoperto quasi tardi. Per me la musica non è solo un tappeto per le parole: se la musica è mediocre, depotenzia anche il testo più bello. Io cerco quel mix dove la parola prende forza grazie a un suono che abbia un senso profondo, quasi ancestrale. Se mi dicono che non sanno in quale scaffale “mettermi”, alla fine lo prendo come un complimento artistico, anche se commercialmente rimane una sfida continua.
Questa è forse la chiave per ogni progetto che si impone di rimanere onesto e fedele a se stesso. Nei tuoi brani troviamo un’intimità che a volte spiazza, proprio perché sono ritratti di un’umanità radicata nella memoria collettiva, a stretto contatto con la natura.
Chi abita le mie storie è l’umanità che vivo ogni giorno, quella da cui traggo la massima ispirazione. Il coraggio di raccontare questa quotidianità non è un vezzo estetico, è una necessità con cui mi confronto quotidianamente. Questa onestà che mi viene riconosciuta è per me il traguardo più importante. Quando tracci una strada nuova, i momenti di smarrimento sono tantissimi, ma la gioia di vedere che qualcuno si ritrova in quel suono “diverso” ripaga di ogni fatica.
Grazie Nicola per questa chiacchierata. Ti aspettiamo a Bologna per ascoltare il tuo percorso musicale così unico, forte di non aver mai cercato scorciatoie per emozionare il pubblico.




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