a cura di Tommaso Imperiali

Il 24 aprile è uscito (per Gold Leaves Academy) “Ossa”, il primo album di Schiuma.
La cantautrice vicentina classe 2000 – all’anagrafe Susanna Trevisani – dopo una lunga serie di singoli, torna con 9 nuovi brani, capaci di coniugare la dimensione della cameretta a quella della rock band.
Un lavoro nato da un momento di smarrimento, che diventa però il punto di partenza di una ricerca individuale e collettiva per recuperare il nucleo più autentico di noi stessi.

Partirei dal titolo dell’album, “Ossa”. Non fai parte della scuola per cui il titolo dell’album deve essere quello di un pezzo?

Ci ho pensato a lungo. Non riuscivo ad individuare un pezzo che avesse un titolo che desse senso a quello che volevo dire, quindi ho scelto una via di mezzo: nel disco c’è un brano che si chiama “Ti sento le ossa”, quindi è come se una parte del titolo della canzone fosse il titolo dell’album.
Avevo bisogno che fosse un titolo molto breve. Adoro che il concetto di “ossa”, inteso come scheletro, struttura, di – appunto – “ridotto all’osso”, sia espresso da una parola così corta e asciutta. Mi piace molto che il senso della parola si colleghi alla sua musicalità.

Un tema centrale dell’album sembra essere quello del tempo. È così?

E’ interessante che venga fuori il tema del tempo, perché per me è soprattutto la conseguenza del tema centrale, che è quello del cambiamento. Togliere il superfluo, tutte le cose che hai sempre pensato di te e che a un certo punto ti accorgi che non sono più vere.
Quando ho scritto il disco, mi trovavo in un momento della vita in cui mi ero resa conto che tutto quello che avevo fatto ed ero stata prima non mi apparteneva più veramente. Ho dovuto fare un grande lavoro su me stessa di eliminazione del superfluo, che mi ha aiutato anche nella scrittura del disco.
Il tempo lo intendo quindi nei termini del cambiamento. “Che amarezza”, il pezzo con cui si apre il disco, parla proprio di questo: del fatto che ciò che sono stata in passato non sia più una chiave di lettura sufficiente per capirmi. Avevo bisogno di trovare il nucleo di me stessa, da cui ripartire per ricostruirmi.

Dicevi che i pezzi sono nati in cameretta, quanto sono cambiati poi durante le registrazioni in studio?

Per scrivere i pezzi ho ripreso la chitarra in mano dopo quasi 10 anni.
A livello teorico, di chitarra ne so veramente pochissimo, quindi non ho neanche usato propriamente degli accordi: sono andata molto a sensazioni, a “colori”, che abbiamo poi cercato di mantenere negli arrangiamenti.
Per il resto è stato tutto ovviamente stravolto. Ad eccezione della prima e dell’ultima canzone, che abbiamo scelto di tenere più in modalità “cameretta”, i pezzi hanno subito delle evoluzioni che non mi sarei mai aspettata. E’ il bello di lavorare con i musicisti: ci tenevo che non fosse semplicemente un’esecuzione tecnica di indicazioni date da me o dal producer, ma che fosse un lavoro collettivo e condiviso
C’è stato uno scambio molto bello, nella reinterpretazione e nell’appropriazione dei pezzi da parte di tutti.

Alcuni pezzi sembrano costruiti proprio per essere suonati in concerto con la band. Lo porterai live?

Assolutamente sì. La scelta di registrare il disco così è anche legata a quell’intenzione di rallentare dichiarata nel disco: avevo bisogno di sentire la componente umana delle persone che suonavano vicino a me.
Un secondo motivo poi, forse ancora più importante, è che volevo tantissimo portare live questo disco. Vorrei andare live con un progetto che non sia semplicemente la lista dei singoli che ho fatto ma uno spettacolo a 360 gradi, per questo era importante arrangiare in brani in band dal principio.
Tra l’altro, i musicisti che hanno suonato nel disco sono anche quelli che dall’anno scorso mi accompagnano nei live, quindi avevamo già un rapporto sia umano sia musicale. Insomma, tutto perfetto.

Da alcuni pezzi sembra emergere una critica verso il sistema veloce, alienante e “milanocentrico” dell’industria musicale. Pensi sia possibile fare musica al di fuori da queste dinamiche?

Questa è probabilmente la domanda della mia esistenza, ma proverò comunque a rispondere.
La critica al sistema parte da esperienze concrete della mia vita. In “C’est la vie (Susanna)” dico “molla tutto e vai a Milano/non è un sogno, è una bugia”, non perché andare a Milano sia una bugia per tutti, ma perché nella mia vita, quando mi è stato detto che per fare musica mi sarei dovuta trasferire a Milano, sentivo che sarebbe stata la peggiore scelta della mia vita.
Mi avrebbe distrutto, perché avevo bisogno di tutt’altro, di staccare dalla frenesia della città: per farti capire, io adesso abito a Vicenza e sto valutando di trasferirmi ancora più distante dal centro.
Quindi, più che una critica al sistema, direi che è una critica alla convinzione che esista necessariamente un solo sistema, che deve andare bene per forza per tutti.
Rispetto alla possibilità di fare musica fuori da questo sistema, mi rendo conto che molte cose se non le fai ti penalizzano: banalmente se uno volesse fare musica senza stare sui social sarebbe quasi impossibile.

Per Roberto Roversi la contaminazione tra le arti era qualcosa di irrinunciabile. Che rapporto hai con le altre forme d’arte?

Sono molto felice che tu mi faccia questa domanda. Mi sto sentendo, da tempo, un po’ strettina in questa idea che se fai musica devi fare sempre solo musica o al massimo puoi diventare un content creator.
Io sono nata ballerina, la musica quindi per me è entrata nella mia vita tramite la danza. Da piccola poi dipingevo, disegnavo e scrivevo tantissimo: quando andavo alle elementari scrivevo fiabe sugli animali e, crescendo, poesie. Poi a poco a poco ho iniziato con la musica, prima con l’ukulele, poi con la chitarra, poi provando a cantare quello che scrivevo. Tutte queste cose fanno parte della mia creatività e mi piacerebbe provare a integrarle tutte in quello che faccio.

Grazie, ti aspettiamo a Bologna per sentirti dal vivo!