a cura di Tommaso Imperiali

Venerdì 8 maggio è uscito, per Daylite Records, “Ieri, a casa”, il primo album di Mazzoli.
La carriera di Pietro Cardoni – pesarese classe 2001 ormai adottato da Bologna – parte da lontano, ma la vera svolta è nel 2025, con la partecipazione a XFactor e la pubblicazione dei primi singoli, inizio di un percorso musicale e di vita che culmina oggi proprio con l’uscita di questo disco.
“Ieri, a casa” si presenta come un racconto in nove stanze di un capitolo (forse) concluso, durante il quale prendono vita i luoghi, le persone e i momenti che hanno lasciato un segno durante il viaggio.
Il sound riprende il cantautorato pop di fine anni ’70, tra echi di Enzo Carella e Alberto Radius, mentre i testi raccontano in prima persona relazioni, scene quotidiane, momenti di smarrimento e prese di coscienza.
Abbiamo incontrato Mazzoli al Cortile Café, poco prima del release party: un live intenso e coinvolgente, vissuto con l’attesa della mezzanotte come fosse Capodanno, tra emozione, amicizie e l’immancabile conto alla rovescia per l’inizio di un nuovo capitolo.

Siamo al Cortile Café per il release party di “Ieri, a casa”: cosa ti aspetti e cosa dobbiamo aspettarci da stasera?

Questa sera è un bellissimo esperimento anche per me. Prima di tutto è la prima volta che suoniamo tutti i brani con la band, poi sarà una serata piena di amici, in un posto che per me significa tanto.
Quando sono arrivato a Bologna ho iniziato proprio dal Cortile, con gli open mic, quindi arrivare ad avere la mia serata qui ha un effetto particolare. Fa un effetto strano anche arrivare a pubblicare un disco, perché è tutta la vita che inseguo questa chimera. Ma sto cercando di non capire, di non chiedermi troppo.

Hai detto che questo disco è la prima cosa che riesci a portare a termine nella tua vita. È stato un processo così faticoso?

Considerando che ho iniziato a desiderare di fare un disco quando avevo 12 anni, è stato un parto.
Però, se penso al momento in cui ho iniziato a raggiungere una maturità artistica nuova, circa un anno fa, siamo stati veloci. La cosa più bella è poter raccontare un percorso, perché una canzone è un momento, un disco è un percorso umano. Lo sto sperimentando sulla mia pelle: per me il disco è uscito nel momento in cui ho ricevuto le produzioni finali, qualche mese fa. Il fatto di presentarlo agli altri adesso è veramente una grossa emozione.

“Ieri, a casa”. Come mai questo titolo?

Sono canzoni molto intime che raccontano un capitolo della vita che si chiude.
Penso che all’interno di una vita si vivano tante piccole vite, e il disco racconta di questa mia prima vita a Bologna, dove ho sperimentato tanto e ho vissuto le mie libertà, ma dove ho conosciuto anche il dolore e la mancanza.
“Ieri, a casa” anche perché questa vita si è svolta molto tra le mura di casa, dove ho trovato anche il mio nome d’arte (Mazzoli è il nome trovato sul campanello della casa in affitto, ndr). E’ un disco molto intimo, casalingo: la casa lo rappresenta molto bene.

Quanta Bologna c’è nel disco, come vissuto personale e come musica?

Tanta. Una delle principali ragioni per cui mi sono spostato a Bologna è stato Lucio Dalla. Dalla diceva che le canzoni sono qualcosa che si muove sopra la testa: io sentivo che sopra Bologna c’era un’aria di canzoni bellissima e volevo andarla a prendere. Per quanto riguarda il mio vissuto, sicuramente Bologna è lo sfondo di tutto il disco, a parte qualche brano ambientato in luoghi specifici come Il cielo sopra Milano o Zante. Bologna non è mai citata, ma è la città dove si muove tutto.

L’anno scorso sei andato a XFactor portando un brano di Bruno Lauzi. Pensi sia possibile coniugare canzone d’autore e dimensione commerciale?

Secondo me sì. Abbiamo dei cantautori molto validi che sono sulla bocca di tutti, penso a Lucio Corsi, a Calcutta, a Cremonini…
Forse una domanda da farci è piuttosto se sia facile coniugare la canzone d’autore e la dimensione della televisione, perché XFactor, più che un ambiente per forza pop o mainstream, è un ambiente televisivo, dove la musica ha un valore diverso, non sempre cardine.
In assoluto credo che si possa, l’importante è trovare una chiave attuale. Spesso diamo al cantautorato un’aura molto legata al passato, con l’effetto di rendere cantautore una parola un po’ troppo ingombrante, che a volte suona quasi come una parolaccia.
Sono dell’idea che dovremmo un po’ alleggerire il peso che grava su questa parola, ma nel frattempo cercare di essere affezionati alla tradizione nella maniera più sana possibile.

In “Un piatto di pasta” c’è un feat. con Millealice. In un periodo in cui di featuring se ne fanno forse troppi, questo sembra avere un significato diverso. Come è nato?

È nato dall’amicizia. Con Alice ci conosciamo da anni, ci eravamo persi di vista, poi con XFactor ci siamo rincontrati e da lì è stato tutto molto spontaneo. Abbiamo avuto un dialogo molto bello mentre registravamo le puntate e quando è finito tutto ci siamo visti: io avevo questa canzone in testa e ci siamo trovati subito.
Fare un feat per me è un’esperienza nuova, come d’altronde tutto quello che sto facendo. Sono molto felice perché l’esperienza di XFactor mi ha portato a ritrovare un’amica come Alice, oltre che ad iniziare un percorso che è una sorta di “gavetta facilitata” e che mi ha dato una bella mano.

Ultimissima domanda, come da tradizione: è il momento di aggiornare la playlist di Radici&Futuro, consigliaci tre album da ascoltare.

Matteo Alieno – “Stare al mondo”
Simone Matteuzzi – “Invito per colazione”
Simone Famiglietti – “Cose fatte prima di nascere”

Grazie mille, buon concerto!