a cura di Andrea Manica
Il singolo “Cry” segna l’esordio di Krizia (Giungla Dischi / MGM), un brano capace di generare una tensione emotiva densa, dove parole bagnate da una magnifica malinconia si appoggiano a una musica minimale ed elegante. Classe 1999, Krizia abita un perimetro creativo in cui risuonano i maestri del songwriting “intimista” del passato e del presente, da Elliott Smith a Adrianne Lenker, evitando con cura le trappole del pop scontato e patinato. Prodotto da Fabio Grande, questo primo singolo anticipa l’EP The Deads e posiziona l’artista in quel segmento di cantautori italiani capaci di evolversi oltre i confini del linguaggio nostrano, trasformandosi in un’esperienza sonora dal respiro internazionale.
Krizia, partirei da qui: la tua scelta sonora è ricercata e sincera, ricca di rimandi a quel modo “indipendente” — e non semplicemente “indie” — di fare musica che ancora resiste. Credo che questa autenticità sia la strada più bella, ma inevitabilmente anche la più impegnativa a livello emotivo. Qual è l’etica che muove il tuo lavoro?
Ho sempre cercato di mantenere la scrittura più reale possibile e simile a ciò che avevo dentro; molto spesso i brani che scrivo sono un’immagine diretta delle cose che provo ed anche nella loro configurazione ritmica ritengo che sia così. Assumono delle strutture quasi corporee, o quantomeno io sento di esserci molto. L’etica è essere onesti il più possibile; delle sovrastrutture non mi importa, per questo tendo a non edulcorare troppo ciò che ho veramente da dire.
La tua scrittura è molto intima, eppure “Cry” possiede una grande forza espressiva. In un’epoca di sovrastrutture digitali e saturazione sonora, senti che la sottrazione — il fare “meno” a livello produttivo — sia paradossalmente lo strumento più potente per colpire chi ascolta?
Lo penso del tutto. Per me che amo il grunge la sottrazione è la base della mia idea di musica. Le canzoni che più mi hanno fatto emozionare erano le più sintetiche, le più ossee di tutte. Ma non significa per forza avere una produzione minimale, molto spesso l’essenzialità di un lavoro emerge nel suo complesso, anche avendo aggiunto molto a quella che era la scrematura di partenza. Credo che si tratti di un approccio di fondo che poi viene fuori in un modo o l’altro; in Cry scarnificare era ciò che volevo e credo che la solitudine malinconica legata alla voce rimandi a questo scenario di essenzialità che non vuole chiedere niente.
Hai descritto la tua musica come un “raccoglitore di pensieri e scenari fotografici”. In attesa dell’uscita del tuo primo EP, The Deads, mi chiedo: dove hai raccolto le immagini che hanno ispirato le liriche di questo lavoro? Quali luoghi, reali o interiori, attraversano queste canzoni?
Sono perlopiù immagini interiori legate a ricordi personali, che riemergono e con i quali ho sempre avuto voglia di dialogare.
Sono le mie versioni della narrazione, i miei punti di vista su ciò che è accaduto; in tal senso posso pensare qualsiasi cosa e la libertà che ne deriva non è altro che una riflessione da mettere continuamente in dubbio. Di fondo l’ep si porta molto questi temi: i suoi luoghi sono il solipsismo, l’incomunicabilità ed anche un tentativo di esserci, completamente. Ma direi che sono brani pensati per affogarci dentro o girarci attorno, non offrono soluzioni in tal senso e né vogliono farlo.
Abbiamo citato Adrianne Lenker, che sembra un’influenza molto diretta nel tuo percorso. Con i Big Thief, lei ha dimostrato quanto il pubblico abbia ancora bisogno di un folk dotato di profondità artistica. Esiste un filo rosso, tra pubblico e privato, che va da Joan Baez a Nick Drake fino alla musica che, fortunatamente, continuiamo a scoprire oggi. Secondo te, perché è ancora così importante ritrovarci “seduti” di fronte a una voce con una chitarra in mano?
Personalmente di Adrianne ho molto amato “Songs” che è uno dei suoi album da solista e che mi ha davvero attraversato. Secondo me da quel lavoro non solo emergono delicatezza e dolcezza per una narrazione di vita che è la sua, ma emerge una profonda idea di rispetto per la musica. In questo senso allora secondo me è importante ritrovarci “seduti” di fronte ad una voce con una chitarra in mano perché è un modo per ricordare cosa significhi ascoltare veramente qualcuno e ciò che ha da dire, il modo in cui sceglie di farlo, restituendoci di rimando la possibilità di compiere lo stesso tentativo.
Grazie Krizia per questa chiacchierata, non vediamo l’ora di ascoltare l’EP completo.


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