a cura di Andrea Manica
Non basta una folata di vento, per quanto forte sia, per far volare via una realtà le cui radici affondano profondamente nel terreno culturale di Bologna fin dai primi anni ’90. Parliamo di Estragon: una pianta musicale viva e fiorente da 34 anni, un esempio virtuoso di resistenza culturale per tutta Italia, alimentato costantemente dalla passione di un gruppo di lavoro unito e motivato.
Lele Roveri, anima dello storico club, ha raccontato il 2026 come l’anno più buio di questa storia. La perdita della location storica del BOtanique, unita al cinismo dei social, ha trasformato una scure sanzionatoria – ereditata dagli anni del Covid come scelta obbligata per garantire posti di lavoro e continuità – in uno stigma di colpevolezza e impresentabilità.
La lotta, però, comincia proprio ora. Con il BOtanique temporaneamente “apolide”, è arrivata un’autentica ondata di affetto da parte della città.
Lele, grazie per il tuo tempo. Ti aspettavi questo travolgente ritorno di stima da parte di Bologna?
La risposta della città è stata la nota più bella e positiva di quest’anno. Purtroppo ci siamo trovati in una situazione d’emergenza a sole due settimane dall’inizio del BOtanique 2026. I giardini di Filippo Re, l’area che utilizziamo da ormai dieci anni, sono stati interessati dai cantieri del PNRR. Inizialmente pensavamo che i lavori fossero gestibili e compatibili con le nostre attività, ma la realtà si è rivelata ben diversa.
Ci siamo ritrovati con un cartellone pronto, ricco di band straniere — che come sa chi fa questo mestiere si programmano di anno in anno — e senza un luogo dove ospitarlo. In piena emergenza è maturata l’idea di tentare la strada di un festival diffuso. Abbiamo chiesto una mano agli operatori culturali cittadini, inventandoci letteralmente nuove location. L’aiuto concreto di realtà importanti come DumBO o Làbas ci ha riempito di gioia.
Spostare la logistica attivamente da una location all’altra ogni settimana è difficilissimo e stancante. Resta comunque un esperimento inedito, nato da un’emergenza, che in futuro potrebbe essere replicato per eventi specifici. Anche se la speranza, ovviamente, è quella di tornare a casa, nei giardini di Filippo Re.
Dall’emergenza possono nascere sviluppi positivi, e la necessità di fare rete è fondamentale. Tu sei la voce dell’organizzazione a Bologna da tempo e sai quanto la cooperazione sia strategica. Eppure, spesso le realtà hanno paura di incontrarsi, prevalgono gli arroccamenti e l’animosità competitiva.
Purtroppo in queste situazioni emerge inevitabilmente lo sciacallaggio di chi non vedeva l’ora di criticare una realtà stratificata come la nostra. Fortunatamente, però, molti altri operatori culturali si sono dimostrati solidali, dicendo: “Può succedere a chiunque, se serve una mano noi ci siamo”.
Durante il Covid c’era stato un grande slancio collettivo: il nostro settore è stato il primo a chiudere e l’ultimo a riaprire, e quella sfortuna comune ci aveva spinti a fare rete in modo importante. Una volta riaperto, purtroppo, l’effetto emergenza è svanito e ognuno è tornato al proprio isolamento. Io non credo si possa ragionare sempre per “emergenze”, credo nella costruzione di strategie. Guardo il lato positivo: questo momento buio può diventare l’embrione di una partnership solida e duratura con altre realtà, a beneficio di tutta la città.
Insieme si è più forti. Anche noi come Officina Roversi condividiamo questo approccio teso a creare ponti e non muri. Proprio in questi giorni abbiamo aperto le candidature gratuite alle Targhe di Officina Roversi 2026: rassegna delle nuove poetiche d’autore. Tu che vedi crescere band e musicisti da zero, quanto ritieni fondamentale strutturare questo cammino virtuoso “dal basso”?
Questo lavoro è vitale, e penso venga ampiamente riconosciuto dagli artisti. Oggi ci sono due strade per raggiungere il successo e trasformare la passione in professione.
La prima è quella apparentemente più breve e facile: i talent show e i concorsi televisivi. Spesso, però, gli artisti arrivano a grandi risultati senza aver mai fatto pratica e suonato live. Senza le spalle larghe per sostenere quell’esposizione mediatica, rischiano di implodere. La seconda strada, quella che noi abbiamo sempre appoggiato, è invece quella virtuosa: fare la gavetta, confrontarsi con palchi veri e vedere crescere il proprio pubblico insieme alla propria proposta musicale.
Arrivare a calcare spazi importanti solo dopo un corretto percorso di crescita, soprattutto qualitativo, è la scelta più appagante. Permette di costruire una relazione autentica con il pubblico. Il palco dell’Estragon è bello proprio perché ne respiri il vissuto in ogni angolo; si crea uno scambio unico tra musicisti e spettatori. Una magia che si genera solo quando le relazioni sono reali.
Forse è proprio questa la motivazione che spinge un organizzatore come te ad andare avanti, nonostante tutto?
Assolutamente sì! È la parte più bella in assoluto. La soddisfazione di vedere migliaia di persone che si divertono, cantano e arrivano cariche ai concerti ripaga di tutta la fatica.
Nonostante i lati negativi, la burocrazia e le trappole organizzative, quei momenti in cui ti rendi conto che il tuo lavoro fa stare bene la gente ti confermano che ne valeva la pena. Se nasci con la passione per la musica, non c’è gratificazione più grande, sia per chi sta sul palco sia per chi lavora dietro le quinte. E poi, con tutti i ricordi che si accumulano, rimane l’orgoglio di aver costruito un percorso importante per l’intera collettività.
Guardando al contesto attuale, portare avanti progetti culturali che non si pieghino a logiche commerciali è sempre più difficile e i fondi vengono spesso tagliati per ragioni politiche — pensiamo a quanto accaduto a eventi storici come Santarcangelo Festival. Pensi che il lavoro dal basso possa alleviare questo scontro con le istituzioni, o dobbiamo semplicemente fare i conti con un contesto generale pessimo?
Che i tempi siano pessimi è un dato di fatto. In periodi come questo bisognerebbe trovare la forza di reagire, e l’unico criterio valido dovrebbe essere puntare tutto sulla qualità. Purtroppo, invece, lavorare in queste condizioni è faticoso, logorante e privo di meritocrazia. Le realtà importanti, che svolgono un lavoro culturale enorme sul territorio, dovrebbero essere protette a prescindere dalle bandiere politiche.
Oggi sembra quasi che a un operatore culturale non sia concesso avere una coscienza politica o fare attivismo, pena l’essere immediatamente etichettato come “fazioso” o “raccomandato”. Di conseguenza, non vieni più giudicato per il valore del tuo lavoro, ma per la casacca che ti viene cucita addosso, spesso in modo pretestuoso e infamante. Questa logica penalizza realtà attive da decenni per ragioni esclusivamente politiche.
Nonostante tutto, voglio rimanere positivo e scommetto sulle reazioni delle persone. Storicamente, proprio dai periodi più bui sono sempre nate le risposte artistiche e comunitarie più forti. Come ho scritto qualche giorno fa: “Se il destino ci è contrario, peggio per lui”.




Lascia un commento