A Ddhu Mare Te Porta è il primo Ep di DDuma, cantautrice salentina, disponibile dal 29 maggio su tutte le piattaforme digitali per Ad Astra Dischi.
Un lavoro dove il dialetto diventa elemento identitario e musicale, fondendosi perfettamente con la produzione – firmata Machweo – che mescola in modo personalissimo elettronica, rock e canzone d’autore.
L’Ep raccoglie singoli già pubblicati e brani inediti, destinati a confluire in un album di debutto, in lavorazione in queste settimane.
Abbiamo incontrato DDuma a pochi giorni dalla finalissima di Musicultura, dove con il brano Fimmine de guerra, incluso nell’EP, si è aggiudicata il Premio speciale “La casa in riva al mare”.

Com’è nato questo disco?

La vera ispirazione è stata la lingua. Prima scrivevo in italiano, poi, quasi per caso, ho iniziato a utilizzare il dialetto. Mi sono accorta subito che faceva emergere nuove sfumature della mia voce. Mi sentivo un po’ limitata nello scrivere in italiano e cambiare lingua ha cambiato il mio modo di raccontare le cose. È proprio come parlare un’altra lingua: il modo di comporre una frase è diverso e questo ti permette proprio di dire delle altre cose.
Questo, anche involontariamente, mi ha portato ad esplorare temi diversi, che ho scoperto essere quelli a cui mi sento più legata.

Negli ultimi anni sembra esserci un ritorno di cantautori e cantautrici che adottano il dialetto, soprattutto nel Sud Italia. Condividi questa sensazione?

Assolutamente sì. Quando ho iniziato a scrivere in dialetto, mi sembrava una scelta quasi insensata, qualcosa che avrei tenuto per me. Quando ho iniziato a vedere che il dialetto diventava quasi pop ho detto: “ok, è la strada giusta”.
Da un lato può sembrare che l’abbia fatto per seguire una moda, dall’altro è molto bello, secondo me, che sempre più artisti stiano percorrendo questa strada.

Sei partita dalla Puglia, ma oggi vivi a Milano. C’è anche un po’ di Milano in questo disco o la tua musica resta totalmente legata alla tua terra d’origine?

C’è sicuramente tantissimo di Milano. Soprattutto delle persone che ho conosciuto qui e che suonano con me, anche se in realtà quasi nessuno di loro è milanese.
La maggior parte di questi pezzi, però, li ho scritti in Puglia: la luce da cui è nato tutto è lì, poi a Milano ho rifinito le cose.

In Fimmine de guerra, uno dei brani più incisivi del disco, c’è il feat. del collettivo milanese Prima Alba. Com’è nata questa collaborazione?

In generale non sono tanto pro ai featuring, però in questo caso la mia necessità era rafforzare il valore collettivo del brano. Volevo qualcun altro che dicesse la sua su questo argomento: ho voluto i Prima Alba anche perché sono un collettivo, sono dieci persone, e questo rende ancora di più l’idea di comunità.

Nella tua vita c’è stata anche tanta danza. In che modo questa esperienza è entrata a far parte della tua musica?

Nella mia vita ho fatto più danza che musica. Ho danzato per tantissimi anni, anche a un livello abbastanza professionale, nonostante in fondo sapessi di non voler fare questo. La musica è arrivata un po’ più tardi.
Secondo me, sono due arti molto diverse. Nella danza stai sempre recitando il ruolo che ti viene assegnato, la musica invece ti spoglia completamente: almeno per come la vivo io, richiede molto più coraggio.
La danza però mi ha lasciato tanto. Per anni ho ascoltato musica classica per almeno quattro ore al giorno e credo che questo, anche inconsapevolmente, mi abbia influenzato in qualche modo.
Soprattutto durante gli anni di danza contemporanea, poi, ho ascoltato tantissima musica strumentale, e sono convinta che questo abbia contribuito a formare il mio orecchio.

Ti senti parte di una scena? Chi sono, se ci sono, gli altri o le altre DDuma in questo momento nel panorama musicale?

Sicuramente c’è una scena. Non voglio fare una banale associazione dal punto di vista musicale, quanto piuttosto a livelli di visione: artisti che magari fanno musica forse meno commerciale o meno radiofonica, ma che sono quelli che stimo e che mi piacciono. Se devo fare dei nomi, la prima artista che mi viene in mente è Daniela Pes: anche se ormai, per chi ascolta questo genere, è molto famosa, credo abbia aperto davvero un varco, sia per quanto riguarda il dialetto sia la musica elettronica.
Citerei poi anche Altea, Laurynn, Sara Gioielli, Gaia Banfi, Massimo Silverio.
Non mi piace tanto definirli artisti simili, perché ognuno propone una cosa unica e personale: diciamo che se in un festival suonassimo insieme non sarebbe strano.

Ultima domanda, come da tradizione: è il momento di aggiornare la playlist di Radici&Futuro, consigliaci un album.

Animalerie, di Sandri.