Il Notaio Giorgio Forni è uno degli appassionati più autentici e curiosi della vita culturale e musicale bolognese. Cultore di una vita artistica cittadina che era prima di tutto incontro quotidiano, strada, osterie e condivisione.
Officina Roversi ha fin da subito manifestato la necessità di creare ponti tra il passato e il futuro. Per questo la vicinanza al progetto di persone come lui, custodi della memoria artistica cittadina, ci permette di guardare avanti con più consapevolezza.
Gentile Notaio Giorgio Forni, qual è la genesi di questa sua straordinaria passione per la musica, che da sempre si traduce in ricerca aperta e rifiuto delle etichette?
Il mio legame con la musica è una storia d’amore nata in famiglia: mia madre era diplomata in pianoforte e mio padre era un grande appassionato. Da bambino avevo già l’abbonamento al Teatro Comunale di Bologna e una passione sfrenata per la musica classica. La vera svolta, tuttavia, è arrivata nell’adolescenza grazie alla lungimiranza dei miei genitori, che mi portarono a frequentare i primi dieci anni del Festival di Spoleto. Quello fu un vero e proprio shock culturale che mi aprì la mente: a Spoleto si concentrava il meglio del teatro, dell’avanguardia mondiale e delle nuove forme espressive, dal Living Theatre al Canzoniere Italiano. Lì ho iniziato ad appassionarmi alla musica popolare e di protesta. Ho iniziato a conoscere la canzone della tradizione, da quella napoletana a quella romanesca. Volevo diventare un etnomusicologo. Ho seguito da vicino tutto il movimento della canzone popolare andando per osterie e stringendo un’amicizia fondamentale con Roberto Leydi, che è stato un grande docente al DAMS.
Registravo “Canti della Bassa”, canzoni in dialetto, con un registratore portatile. Purtroppo quel materiale andò completamente smarrito quando mia madre svuotò i cassetti di casa per fare pulizia — un episodio che fece molto dispiacere Leydi, conscio del valore di quelle incisioni inedite! Parallelamente, da ragazzo della mia epoca, amavo la musica dal vivo nei locali da ballo. A Rimini risuonavano le note di Fred Buscaglione e Renato Carosone, oltre al rock ‘n’ roll, che portava un messaggio carico di libertà. E poi, ovviamente, gli amati cantautori.
Per me la distinzione tra musica “alta” e “bassa” non è mai esistita: la musica è bella o non lo è, esattamente come la letteratura, dove posso entusiasmarmi sia leggendo Joyce e Proust, sia godendomi un buon romanzo giallo.

In che modo la Bologna degli anni ’60 e ’70 ha favorito la nascita di questo eclettismo e quale clima si respirava nei suoi luoghi simbolo?
Bologna era una capitale della cultura unica perché i generi non erano compartimenti stagni, ma mondi fluidi che si contaminavano ogni sera. La musica la si “beveva per le strade”. C’era una convivialità spontanea che abbatteva qualsiasi barriera o fenomeno di divismo.
Mi torna in mente una sera, dopo che ero andato a vedere uno spettacolo di Strehler con Milva che cantava Brecht: ci siamo poi ritrovati a tarda notte nell’Osteria del Cannone, in via Andrea Costa, a cantare, schitarrare e mangiare. Insieme a lei c’era anche Roberto Vecchioni.
Oppure “La Ribalta”, che diventò poi “La Soffitta”: nel teatrino del Dopolavoro di via D’Azeglio, grazie all’impegno di un grande assessore come Carlo Maria Badini, passò tutta la grande cultura dell’epoca: Carmelo Bene, Paolo Poli, Laura Betti, Juliette Gréco, Catherine Sauvage, i Frères Jacques, il primo Jannacci, Gigi Proietti e tantissimi altri artisti fondamentali per la nostra formazione.
Poi è arrivato il mondo del jazz. Potevi frequentare i negozi di dischi storici come il “Disclub” di Alberto Alberti, vero punto di ritrovo per gli amanti del jazz. Alberti, come Ciccio Foresti e tanti altri, erano veri agitatori culturali. Nacquero così spazi mitici: il Whiskey a Go-Go in via Zamboni, dove Chet Baker suonava praticamente tutte le sere durante i suoi lunghi soggiorni bolognesi. Ci si trovava in fumosi locali notturni come il Bar Siltro, l’Osteria delle Dame o la Taverna del Sampietrino accanto al negozio Giusti, dove dopo i grandi concerti ci si ritrovava nei sotterranei per jam session leggendarie con giganti del calibro di Charles Mingus e tanti altri — non solo jazzisti, ma anche artisti della canzone come Ornella Vanoni e Umberto Bindi.
Poi c’erano le case private che diventavano jam session, come la casa-studio dell’odontoiatra Francesco Lo Bianco: soprattutto durante il Festival del Jazz, diventava una “cave” ricca di grandi musicisti come Thelonious Monk, Art Farmer e Bud Powell. Certe volte, unendosi alle sessioni, suonava il vibrafono Paolo Conte (con il quale ho condiviso lo studio nella mia prima sede notarile ad Asti) quando passava per Bologna.
In quel mondo del jazz nacque la tua amicizia con Lucio Dalla?
Lucio Dalla lo conobbi ai tempi del liceo, quando suonava il clarinetto nella Rheno Jazz Band. Lo intervistai persino per un giornalino scolastico ben prima che diventasse un cantante affermato: tutti muovevano i primi passi in questo tessuto connettivo fluido, generoso e incredibilmente stimolante.

Grazie per questo meraviglioso bagno nei ricordi. Oggi si assiste spesso a una perdita di identità di questi spazi urbani e a una forte standardizzazione della cultura in generale. Cosa è cambiato?
C’era un’accessibilità e una spontaneità che si riflettevano nella realtà. La fruizione era collettiva e diretta; persino i grandissimi eventi internazionali richiamavano un pubblico attento e caloroso, come accadde durante lo storico e travolgente concerto di Frank Zappa allo stadio. Questi eventi si inserivano in una città che viveva di cultura a 360 gradi e senza puzza sotto al naso.
Oggi c’è una certa amarezza nel constatare come la città si sia in parte fatta scippare la propria identità culturale e storica. Molti di quei luoghi di ritrovo, di quelle osterie veraci e di quei circoli indipendenti dove ci si scambiava idee senza filtri commerciali hanno chiuso i battenti o sono stati inevitabilmente convertiti in locali di consumo omologati e un po’ “fighetti”. La cultura contemporanea soffre drasticamente la pressione della standardizzazione e del mainstream, finendo per ingabbiare i giovani in categorie predefinite. Proprio per questo motivo diventa vitale difendere la memoria storica di quei luoghi, riscoprire i percorsi cittadini attraverso la ricerca sulle fonti storiche e, al tempo stesso, adoperarsi in prima persona per creare nuovi spazi capaci di far germogliare l’arte libera.
Come Officina Roversi non possiamo che condividere questa visione!
L’Officina Roversi è un’avventura bellissima e quanto mai urgente, della quale mi sento profondamente onorato di fare parte. C’è un bisogno disperato di ritrovare la purezza originaria della parola e della canzone d’autore, al di là delle metriche usa-e-getta imposte dall’industria discografica.


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