a cura di Andrea Manica

Una saletta di periferia, nella notte bolognese. Vittoria Burattini percuote la pelle della batteria con il suo incedere sciamanico, mentre Egle Sommacal esaspera la chitarra in un riff elettrico ed ossessivo. “Mimì” prende il microfono e declama con forza: «È il tempo che scorre lungo i bordi».

Un’immagine iconica. I Massimo Volume hanno costruito una forma monolitica di canzone che è entrata sotto la pelle del pubblico, diventando un culto intergenerazionale. Si racconta che Giovanni Lindo Ferretti, al termine di un’esibizione del periodo di Stanze (1993), si sia fisicamente inchinato davanti a Emidio Clementi e compagni per rendere omaggio alla loro folgorante bellezza poetica.Quando Clementi è entrato nella narrativa con il primo romanzo, parte della critica, un po’ superficialmente,  ha commentato:  « Bellissimo! È come una lunga canzone dei Massimo Volume!». In realtà, la sua è una ricerca letteraria personale e profonda. Un punto fermo della narrativa italiana contemporanea. L’uscita del romanzo Prima dell’incendio è l’occasione per ripercorrere con Emidio Clementi la giovinezza rielaborata e l’impronta di una Bologna che tra anni ’80 e ’90 è stata l’epicentro di una scena artistica molto significativa.

Emidio, nei tuoi libri precedenti la giovinezza sembrava uno sfondo rapido verso l’età adulta. In Prima dell’incendio l’hai messa al centro: cosa ti ha spinto a compiere questo passo?


Il libro è nato da un’immagine precisa: una villa nella campagna dove un gruppo di amici vive qualche giorno insieme. Questa casa non appartiene più a Livia, una dei protagonisti del romanzo. Lei torna a osservarla da fuori, vede che all’interno c’è una nuova famiglia e vive un momento di forte esclusione e nostalgia. Inizialmente pensavo di descrivere la decadenza di quel nucleo familiare e la fine di un’epoca. Poi, a metà della stesura, mi sono reso conto che per ragioni anche tecniche il romanzo doveva svolgersi nell’arco di pochi giorni e concentrarsi su una prima giovinezza. I personaggi sono tutti sui vent’anni, in quel limbo subito successivo all’adolescenza. La sfida più grande è stata tenermi alla larga dai cliché che la giovinezza e l’ambiente alternativo portano con sé. Non è un’età in cui si è risolti, ed è proprio quell’insicurezza a renderla universale.


Il romanzo trasmette un forte senso di attesa. È una dimensione che appartiene anche al lavoro creativo?

L’attesa è una parte fondamentale del lavoro creativo, forse la più faticosa. In quella fase di inattività ci si convince facilmente di aver perso l’ispirazione, che è l’incubo peggiore per chiunque crei qualcosa. Ma è anche un periodo di incubazione necessario, dove l’idea prende forma nel buio. Applico questo alla giovinezza: alla mia età, sulle soglie dei sessant’anni, puoi guardare indietro a una vita che, bene o male, ha acquisito una sua tridimensionalità e una certa compiutezza. A vent’anni invece non sai cosa diventerai. È una condizione sospesa che può diventare persino tragica. L’attesa, tornando al lavoro creativo, è un momento importante; certe volte hai un’idea in testa ma non riesci a scrivere nemmeno una parola per molti giorni, poi però, quando le parole iniziano a scorrere, capisci che quei momenti di attesa sono stati molto formativi.


Nel libro parli dell’“Oasi”, locale ispirato all’Isola nel Kantiere. Cosa ha rappresentato Bologna  e quei mitici anni per la tua formazione?

A San Benedetto del Tronto ho vissuto la solitudine e la noia della provincia, che però sono state utili perché mi hanno portato ad ascoltare tanta musica e a leggere tantissimo. Bologna ha cambiato tutto nel momento in cui ha trasformato la scrittura da fatto intimo a una possibilità di confronto. Ero gelosissimo dei miei quaderni e, avvolto da una certa timidezza, li tenevo chiusi perché temevo non valessero nulla. A Bologna ho trovato persone che mi hanno chiesto di leggerli, con cui mi sono misurato. I Massimo Volume sono nati da quell’ ambiente. Quando sono arrivato io, a metà anni ’80, c’era una forte scena musicale cittadina. Poi arrivavano le band americane sul palco dell’Isola nel Kantiere, che per noi sono state un’ispirazione enorme, soprattutto per l’attitudine. E poi ci sono stati incontri chiave, tante serate condivise…

Una scena musicale viva e ricca di bands con una forte idendità; oltre ai Massimo Volume mi viengono in mente gruppi come i Discipliantha (il libro è dedicato a Dario Parisini) oppure gli Starfuckers. Vi sentivate parte di un movimento? 

Sicuramente era una città molto creativa. Gli Starfuckers, per esempio, sono una band che ci ha ispirato tanto essendo tra i primissimi a mettere il parlato nelle canzoni. Conta poi che i Massimo Volume, non avendo una sala prove solo nostra, hanno sempre frequentato le sale prove della città. Questo ti faceva conoscere gli altri gruppi della scena, rimanere a chiacchierare dopo le prove e sentirti coinvolto.

Nel tuo lavoro sei sempre stato molto generoso nel raccontare le fonti di ispirazione da cui hai attinto. Spesso ti esibisci accompagnato in reading di letture di autori importanti, che diventano momenti di condivisione molto intensa con il pubblico. Il 25 Settembre, per esempio, sarai sul palco del Locomotiv Club di Bologna accompagnato dalla chitarra di Corrado Nuccini, per leggere Pompeo di Andrea Pazienza. Questa attenzione alla lezione dei maestri sta venendo meno nella narrativa contemporanea? 

Da anni tengo anche corsi di scrittura creativa all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ai miei studenti dico sempre di trovare dei modelli che ci rappresentino per capire come si costruisce una struttura. Seguo questo consiglio anche su di me: Shepard, Carnevali ed Eliot sono gli autori a cui torno sempre quando devo rimettermi al lavoro; il loro ritmo e la loro musicalità mi aiutano a ritrovare la mia rotta. Chiaro che poi non sono Shepard o Eliot, ma assimilare la loro lezione mi ha dato lo scheletro su cui edificare le mie storie. All’inizio con i Massimo Volume guardavo molto alla letteratura americana, ma con l’obiettivo preciso di calare quel tipo di sguardo spietato e quotidiano nella nostra realtà, su personaggi e paesaggi miei, per evitare l’esotismo di maniera.

Come pochi autori, forse in Italia, Vitaliano Trevisan,  riesci a raccontare il quotidiano senza filtri o moralismi. Senti che qualcosa vi accomuna?

Vitaliano Trevisan è un autore che apprezzo molto, perché si è concentrato sul malessere della provincia, imparando forse la lezione di Shepard, ma relazionandola alla propria realtà. 

Per descrivere la tua opera si entra in una sfera emotiva complessa. 

La sensazione è che la tua scrittura trasmette uno sguardo “terzo”, una voce vicina ai personaggi ma al contempo distante, anche raccontando situazioni molto realistiche; questo sembra dirci che essere realemente nel presente è impossibile. In questo “Aspettando Godot” hai costruito le stanze del quotidiano. E’ condivisbile questa lettura? 

Mi sembra un bel punto di vista. In Prima dell’incendio si avverte forse ancora di più la presenza di questo sguardo. La voce narrante è fisicamente vicina ai giovani protagonisti, partecipa al loro mondo, ma porta con sé la distanza di chi non ha più quell’età. C’è un disincanto di fondo che deriva dal guardare a quel periodo della vita dopo averlo superato. Questa distanza permette di fotografare la realtà del presente senza la necessità di giudicarla o consolarla, restituendo ai personaggi tutta la loro verità.