a cura di Andrea Manica
Abbiamo il piacere di parlare con Patrizia Laquidara, un’artista che, con grande esperienza e maestria, riesce a fondere linguaggi e sonorità differenti. Da sempre si muove in quella zona di confine in cui la canzone d’autore smette di essere semplice intrattenimento per farsi antropologia emotiva, rituale e sonora. Portare la profondità della memoria popolare all’interno di un’elettronica attuale e contemporanea non è un obiettivo facile, eppure il suo percorso — a partire dall’album Funambola del 2007 — si dimostra sempre di grande efficacia. Un cammino che ha saputo intercettare l’interesse e la collaborazione di grandi maestri della ricerca musicale internazionale, come Arto Lindsay, Patrick Dillett e Ian Anderson, solo per citare alcuni nomi fondamentali della sua carriera. Nella sua evoluzione artistica ha trovato spazio anche il teatro, che l’ha vista interprete e autrice delle musiche originali per lo spettacolo Boomers di Marco Paolini, così come il cinema: il brano Noite Luar, composto per il film Manuale d’amore di Giovanni Veronesi, ha infatti ricevuto una candidatura al David di Donatello come miglior canzone originale.
Patrizia, per non farci mancare nulla in fatto di eclettismo artistico, il tuo nuovo album, Flòrula, affonda le sue radici nel tuo romanzo Ti ho vista ieri, edito da Neri Pozza. Puoi raccontarci come è nato questo progetto e in che modo questo approccio sinergico tra più discipline sia guidato da un’unica, coerente visione d’autore?
Mentre scrivevo il libro ero profondamente convinta che quel lavoro sarebbe rimasto un progetto a sé stante, autonomo, e che avesse poco o nulla a che fare con la musica. Desideravo che la scrittrice non dovesse necessariamente ricorrere alla cantautrice, e viceversa: volevo che le due identità potessero esistere separatamente, senza spiegarsi l’una attraverso l’altra.
Mi sono resa conto solo dopo, durante le presentazioni di Ti ho vista ieri in giro per l’Italia, che dentro quelle pagine vivevano molte storie che potevano continuare a respirare in un’altra forma. Alcune immagini, alcuni personaggi, certe atmosfere sembravano chiedere una voce diversa. Così sono partita da quelle pagine per scrivere nuove musiche.
Il libro, però, è stato soltanto l’incipit, il punto di partenza. Con Flòrula non desideravo riproporre il romanzo in forma cantata, né trasformarlo in una specie di sua traduzione musicale. Volevo piuttosto partire da lì per andare oltre: fare un passo avanti, allargare quelle storie, deformarle, lasciarle uscire dall’autobiografia e permettere loro di diventare più grandi, più libere, forse anche più universali.
In questo senso il progetto nasce proprio da una visione unica, anche se attraversa linguaggi diversi. Scrittura e musica non si sovrappongono, ma dialogano: sono due modi differenti di avvicinarsi allo stesso nucleo emotivo, alla stessa materia. Ti ho vista ieri ha generato un mondo, Flòrula lo ha fatto germogliare altrove.
Nel passaggio dalla parola scritta sulla pagina bianca alla parola cantata e immersa nell’elettronica, hai collaborato con Edoardo Piccolo. Spesso la canzone d’autore che tenta di sposarsi con l’elettronica, la world music o il rap — nel disco, ad esempio, duetti con il giovane rapper El Coco — viene vista con sospetto da una certa critica. Dal nostro punto di vista, invece, le regole sono fatte per essere infrante: la parola impegnata può uscire dai binari classici e stupirci musicalmente ogni volta?
Penso che la parola impegnata possa, e forse debba, uscire dai suoi binari classici. Credo sia importante mescolare i generi, cercare nuove forme di espressione, non dare mai per scontato il luogo in cui una parola “seria” o poetica debba abitare.
In fondo ho sempre cercato, anche attraverso i miei album, di esplorare mondi diversi. Quando forse ci si aspettava da me un disco di canzone d’autore, sono uscita con un lavoro legato alla musica popolare, Il canto dell’Anguana, nel 2011. Quando ci si aspettava un nuovo album, sono arrivata invece con un libro. Mi interessa molto questo spostamento, questo piccolo tradimento delle aspettative, perché spesso è proprio lì che si apre uno spazio creativo più libero.
In Flòrula ho provato a mescolare ulteriormente le carte: partire da un romanzo, quindi dalla parola scritta, per arrivare a una manciata di canzoni in cui convivono canzone d’autore, rap, poesia, strumenti popolari come il marranzano, elettronica e percussioni brasiliane. Non mi interessava accostare questi elementi come semplici citazioni o ornamenti, ma farli entrare dentro un unico paesaggio sonoro.
L’obiettivo era realizzare un disco eterogeneo, capace di uscire dai binari, ma mantenendo una coerenza poetica e stilistica. Un album aperto, attraversato da linguaggi diversi, ma compatto nella sua identità profonda. Credo che questo equilibrio sia stato possibile anche grazie al lavoro di Edoardo Piccolo, che ha scritto gli arrangiamenti e ha curato insieme a me la produzione artistica. Il suo contributo è stato fondamentale nel dare una forma sonora unitaria a materiali così diversi, permettendo alle canzoni di respirare in modo libero ma coerente.
Nel disco emerge un forte dialogo tra il legame con le radici e il territorio — come nel brano Alicudi — e la condizione universale del Sud, evocata in La ragazza della 127. C’è una costante convivenza tra la delicatezza dei piccoli gesti quotidiani e le problematiche della modernità. Come riescono a coesistere la vastità geografica e interiore di questi spostamenti, che ci rendono tutti anime erranti su questa terra, con l’attenzione per le presenze minute e fragili che popolano le tue storie?
Come diceva Elsa Morante c’è una storia con la S maiuscola, che è la grande Storia ufficiale, quella che è sotto gli occhi di tutti e poi c’è la storia con la s minuscola, che è la vita concreta delle persone comuni: una madre, un bambino, una famiglia, il dolore quotidiano. La Storia con la s maiuscola si presenta come qualcosa di solenne, importante, ma la storia minuscola vale quanto, se non più, della Storia maiuscola.
Credo che per me le due cose non siano separate. La vastità geografica, il viaggio, lo sradicamento, il Sud come condizione quasi universale, diventano comprensibili solo se passano attraverso qualcosa di piccolo: un gesto, un ricordo, un oggetto, un volto.
In Flòrula mi interessava proprio questo: non raccontare il territorio come una cartolina, ma come un luogo emotivo, pieno di stratificazioni.
La coesistenza tra queste dimensioni nasce dal fatto che le grandi questioni — lo spostamento, la perdita, l’appartenenza, la marginalità — non le percepiamo mai in astratto. Le viviamo nelle cose minute. In un corpo, in una voce, in una strada, in una macchina, in una casa, in un modo di ricordare.
Quindi forse il disco cerca di tenere insieme due scale: da una parte la geografia ampia, l’erranza; dall’altra le piccole storie, le presenze quotidiane quasi invisibili. Per me è lì che le cose diventano vere. La Storia grande passa sempre attraverso storie minuscole, e spesso sono proprio quelle a contenere più mistero, più dolore, ma anche più possibilità di salvezza.
Patrizia, il termine “flòrula” rimanda alla cura di un ecosistema botanico circoscritto; un microcosmo. All’interno di questa tuo giardino musicale spiccano la volontà di ricerca e il valore delle collaborazioni. Il tuo percorso artistico è da sempre ricco di incontri: oltre alle importanti collaborazioni internazionali del passato in questo ultimo lavoro, oltre alla partecipazione di El Coco, troviamo anche un brano insieme a Giulia Mei. Seguendo il tuo lavoro, si ha l’impressione che tu viva la musica come una dimensione profondamente collettiva; ci confermi questo approccio e lo suggeriresti ai giovani autori?
Ho sempre creduto nella musica come forma di rituale, sia quando avviene in un grande stadio, sia quando la si esegue davanti a poche persone. La musica, per me, crea comunque uno spazio condiviso: mette in relazione chi suona, chi ascolta, le energie presenti in quel momento.
Negli anni sento sempre più forte il bisogno di orientarmi verso una dimensione collettiva, che comprenda non solo l’ascolto, ma anche il fare musica insieme. In una società sempre più indirizzata all’individualismo, la collaborazione mi sembra quasi una forma di resistenza: un modo per ricordarci che l’arte non nasce mai davvero da soli, ma da incontri, scambi, intuizioni condivise.
Anche in Flòrula le collaborazioni hanno avuto questo valore. Non sono state semplici presenze esterne, ma modi diversi di far entrare aria nel disco, di aprire finestre su altri mondi. Con El Coco, con Giulia Mei, e con tutte le persone che hanno partecipato al progetto, si è creata una flòrula, appunto, un giardino circoscritto ma vivo, dove ogni presenza contribuisce all’equilibrio dell’insieme.
Una delle cose che amo di più del salire su un palco è proprio sentire che con i musicisti con cui suono si crea una specie di famiglia temporanea. Senza quel senso di famiglia, di complicità e ascolto reciproco, non mi diverto davvero. Per questo sì, lo suggerirei anche ai giovani autori: cercare la propria voce è fondamentale, ma non bisogna avere paura di farla dialogare con quella degli altri.



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