a cura di Andrea Manica
Sperimentare, cercare nuove strade, portandosi dietro la consapevolezza del proprio percorso. Per il pubblico che in ormai in quasi un quarto di secolo di storia musicale ne ha seguito con passione le varie fasi creative, i Julie’s Haircut sono da sempre una band di culto, capace di traiettorie uniche e inafferrabili.
Il loro decimo album in studio, Radiance Opposition, non fa eccezione. I Julie’s Haircut tornano sulle scene italiane e internazionali con la loro consueta carica di eclettismo musicale e diverse novità: prima fra tutte, l’ingresso in pianta stabile di Anna Bassy alla voce.
Incontriamo Luca Giovanardi, fondatore della band, in un momento sospeso tra il ritorno dalle date del tour in Inghilterra e l’attesa di salire sul palco a Bologna, il prossimo 20 giugno, nella bellissima cornice di Làbas (Vicolo Bolognetti 2) in occasione del Botanique 2026.
Luca, partiamo da questo decimo capitolo in studio della band. Abbiamo amato Radiance Opposition, un album che rappresenta l’ennesimo punto di svolta per voi, tra trip-hop, soul, incursioni krautrock e l’amata psichedelia. Come si è arrivati a questa nuova metamorfosi?
La nostra attitudine, ormai da tantissimi anni, si basa su un principio semplice: quando un ciclo va incontro a un naturale esaurimento, bisogna assecondarlo. Il nostro ultimo percorso, durato cinque o sei anni, era legato alla presenza di Laura Agnusdei al sassofono. È stata una stagione bellissima e intensa, che ha prodotto due album di inediti e tanto altro. Quando Laura ha scelto di concentrarsi sulla sua carriera solista, ci siamo ritrovati noi cinque a ragionare sul futuro.
Avevamo fin da subito l’idea di inserire un nuovo elemento che occupasse quel ruolo dal punto di vista degli equilibri interni, ma non volevamo assolutamente un sostituto. Ripetere il lavoro che Laura faceva al sassofono non ci sembrava la strada giusta. Cercavamo un timbro diverso, qualcosa che potesse sparigliare le carte. Quando devi cambiare, è meglio farlo del tutto. Questo approccio ci stimola, ci impedisce di ripeterci e di cadere nelle formule dei dischi precedenti.
Da qui la scelta di una voce femminile.
È stata un’intesa molto naturale. Abbiamo iniziato con dei provini a distanza per capire se ci fosse la sintonia giusta, e abbiamo intuito subito che c’era una grande affinità. Per noi questo è fondamentale: non essere mai gelosi del nostro spazio. Ogni elemento del gruppo porta dentro tutto il suo universo musicale. Per tornare al disco, abbiamo lavorato a lungo a distanza e poi ci siamo chiusi in studio a Parma; in pochi giorni è stato rifinito tutto con grande naturalezza.
Ormai siamo abituati a questo metodo: spesso il nostro processo creativo sembra anarchico, privo di una direzione precisa per mesi. Registriamo tantissime idee e solo alcune di queste trovano spazio nei dischi perché poi, all’improvviso, si inserisce il tassello giusto e tutto cade magicamente al proprio posto.
Questo disco in effetti suona molto fresco e “divertito”. La nostra sensazione è che, nonostante Radiance Opposition mantenga quella densità cupa tra sperimentazione e psichedelia che vi caratterizza, ci sia un recupero del formato-canzone, che nei dischi precedenti avevate spesso scomposto nell’improvvisazione più radicale. Come avete mediato questo approccio con la dimensione live, dove i brani nuovi si mescolano ai classici della vostra discografia?
C’è sicuramente un ritorno a una struttura di scrittura più tradizionale, anche se poi, a ben guardare, i brani hanno tutti dinamiche molto particolari. Nel tour attuale portiamo sul palco concerti lunghi, di quasi due ore, mescoliamo il repertorio. Avevamo il timore che questa alternanza tra elettronica sospesa, rock, momenti trip-hop e lunghe improvvisazioni potesse risultare straniante per il pubblico, o che la gente non capisse dove volessimo andare a parare.
Invece la risposta è stata incredibile. Questo dosaggio di dinamiche forti e leggere crea un percorso sonoro che diventa un lungo viaggio nel nostro mondo. L’accoglienza è stata calorosissima e ci ha emozionato molto.
A proposito di geografie e risposte, come vedi l’Italia di oggi rispetto a quando avete iniziato, alla fine degli anni Novanta? La percezione della ricerca musicale è cambiata molto nel pubblico; come ha risposto al nuovo tour?
La risposta italiana a questo disco ha superato di gran lunga le mie aspettative. Eravamo assenti da un po’ e nel frattempo il mercato dei live e il modo di consumare la musica sono cambiati radicalmente. Non sapevo cosa aspettarmi. Eppure, le date italiane sono state emozionanti, in particolare il concerto di Roma, che ricordo con un affetto immenso.
Noi ci muoviamo in una terra di mezzo abbastanza strana. Abbiamo scelto la strada dell’eclettismo: non siamo un gruppo “di genere”, perché fin dai primi album mescoliamo linguaggi diversi. Questo all’inizio poteva disorientare, ma oggi, dopo tanti anni passati a suonare insieme, la personalità della band emerge da sola, non dobbiamo più preoccuparcene. È una cosa abbastanza rara nei gruppi, che di solito scelgono un filone prestabilito e seguono quello. Se ti dovessi fare il nome di una band che ha sempre continuato a giocare con i linguaggi con coerenza e divertimento, ti direi i Primal Scream.
Officina Roversi ci permette di raccontare artisti profondamente diversi, ma tutti uniti da una straordinaria affinità nella volontà di una ricerca poetica sincera. Roberto Roversi è stato un gigante della libertà intellettuale, un uomo che non scendeva a compromessi e cercava sempre lo spirito creativo; il prototipo dell’outsider. Ti senti in qualche modo vicino a quella visione della creatività?
La mia conoscenza di Roversi è legata soprattutto agli album straordinari realizzati con Lucio Dalla. Automobili, in particolare, è un disco che adoro visceralmente. C’è un uso ritmico della parola che è puramente jazz, qualcosa di incredibilmente musicale e rarissimo nel panorama della canzone italiana. Erano anni di sperimentazioni bellissime e Roversi è stato il motore critico di quella stagione.
Noi pensiamo che la canzone, quando nasce da una visione artistica così profondamente sincera e radicata come nel caso dei Julie’s Haircut, sia un vero e proprio baluardo di ricerca e avanguardia musicale.



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