a cura di Andrea Manica

Già dall’esordio nel 2023 con Canzoni contro la ragione, Lo Stato Brado ha saputo imporsi nel panorama musicale alternativo grazie a una formula definita, con felice intuizione, “musica elettroacustica post-agricola”. Una definizione che racchiude in sé il cortocircuito tra la terra, la memoria rurale e una ricerca sonora affascinante e stratificata, tesa tra rock sperimentale ed elettronica. Il lavoro successivo, Ahimè, uscito nel 2025 per Locomotiv Records, è la definitiva conferma delle potenzialità poetiche del trio, capace di costruire un universo musicale originale e complesso.

Per la nostra rubrica Radici & Futuro, è un piacere parlare con Alessio Vanni e spiare dalla serratura il processo creativo che muove il lavoro di questa band così significativa.

Alessio, questo periodo è stato caratterizzato da una forte prolificità, fatta di due dischi in poco tempo. Ci puoi raccontare le differenze tra Canzoni contro la ragione e Ahimè?


Il primo disco rispondeva a un’esigenza fondamentalmente nervosa, quasi viscerale. Prima di quel momento non c’era nulla di strutturato, quindi l’album è stato il risultato immediato del nostro metterci insieme: suonare e scrivere senza filtri. È nato di getto, e quella istintività si rifletteva in modo evidente sia nelle trame sonore, sia nella tensione dei testi. Con il secondo capitolo, quel nucleo energetico si è trasformato, soprattutto nei testi, virando verso una dimensione terza. La natura, che è da sempre un elemento cardine del nostro immaginario e della nostra scrittura, ha subìto una metamorfosi: non è più una descrizione di elementi esterni, ma è diventata un tramite, un passaggio interiore per esplorare gli stati d’animo e le geografie dell’anima. Questo ritmo serrato nella produzione è stato la conseguenza naturale di un flusso creativo che si fa necessità e che chiedeva solo di essere fotografato in un disco.

Voi avete coniato per la vostra proposta questa formula di “musica elettroacustica post-agricola”. Il vostro live evoca in noi l’immagine di un’orchestra da camera che attinge a piene mani da energie grezze, quotidiane, dalle cose più piccole, per poi trasfigurarle in poetiche universali e restituire loro una forte spiritualità. Una vecchia casa di campagna con il focolare acceso, dove dalle crepe dei muri entrano i synth e le pareti iniziano a tremare. Senti che ci sia una sorta di manifesto nella vostra proposta artistica?


Sì, assolutamente, oggi lo consideriamo a tutti gli effetti un manifesto. Eppure la cosa interessante è che è nato in modo del tutto spontaneo: è l’urgenza del territorio che si fa suono. Il vero radicamento, l’immaginario profondo a cui attingiamo, appartiene a tutto ciò che è venuto prima, alla vita trascorsa nei luoghi da cui proveniamo. Io, Lorenzo Valdesalici e Lorenzo Marra facciamo base a Bologna, ma ci portiamo dentro la provincia profonda, aree geografiche che potremmo definire sperdute, con le loro storie, i loro silenzi e le loro dinamiche. Siamo tutti e tre figli della marginalità: io vengo dall’Appennino tosco-emiliano, precisamente dal versante toscano; Lorenzo Valdesalici proviene dalla stessa identica montagna, ma dal versante emiliano; infine, Lorenzo Marra arriva dal Salento, dalla Puglia più interna. Questa triangolazione tra vette appenniniche e pianure meridionali si è fusa nel nostro suono, regalandoci una radice comune che ci permette di esprimerci come un’unica forza, pur partendo da sfondi apparentemente distanti.


All’interno del vostro lavoro si avverte una ricerca musicale estremamente variegata, in cui il folk viene reinterpretato attraverso l’elettronica. Da dove deriva questo suono così originale?


Personalmente, e credo valga in gran parte anche per gli altri membri del gruppo, il nostro ascolto quotidiano è orientato per l’ottanta per cento verso la musica estera. Questo ci offre una prospettiva diversa sulle strutture armoniche e ritmiche. Poi, chiaramente, scegliendo la lingua italiana per i testi, il legame con la tradizione cantautorale è inevitabile ed è parte del nostro DNA culturale. Tuttavia, per noi il folk è come un linguaggio espanso, modificato attraverso una costante ricerca sugli strumenti, sulle possibilità tecnologiche e su nuove prospettive dell’immaginario.


Questo approccio si lega strettamente a un dettaglio biografico affascinante: tutti e tre siete legati al mondo della musica per immagini. Come si articola questo legame e come rientra nel vostro sound?


È vero, tutti e tre gravitiamo attorno all’universo della musica per immagini, seppur con sfumature differenti. Io mi dedico principalmente alla composizione di colonne sonore per il cinema. Lorenzo Marra è ricercatore in conservatorio e si occupa specificamente di spazializzazione del suono, un ambito fortemente connesso alla dimensione visiva e cinematografica. Lorenzo Valdesalici, nei suoi progetti solisti, lavora spesso alla sonorizzazione di film dal vivo. Questa nostra occupazione principale incide sicuramente nel lavoro de Lo Stato Brado, forse anche in modo inconscio. Una cosa è certa: questo background comune ci aiuta a spostare la lancetta della canzone tradizionale verso qualcosa di imprevisto, capace di sorprendere in primis noi stessi.


Questa fusione tra materia rurale e spiritualità cinematografica troverà una consacrazione straordinaria nella vostra imminente avventura internazionale: prima i live al Playtime Festival di Ulan Bator e all’Auditorium IIC di Pechino, dove vi troverete a condividere il palco e a misurarvi con il repertorio storico dei C.S.I. insieme a Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti, e poi le date in apertura della acclamatissima reunion della band. Come si vive, emotivamente, il confronto con un materiale che per la cultura musicale italiana è letteralmente sacro?


È un’esperienza bellissima. Fin dal primo momento abbiamo vissuto questa prospettiva in modo estremamente immaginifico. C’è una fortissima suggestione nel pensare ai paesaggi della Mongolia e della Cina e in qualche modo, durante la fase di arrangiamento, abbiamo cercato di mappare quei territori infiniti all’interno del nostro sound. Ci aspettiamo uno scambio sonoro potente e immersivo. Rispetto al repertorio dei C.S.I., siamo consapevoli del fatto che parliamo di pietre miliari, di canzoni eterne. La sfida è stata metterci il nostro suono, anche per una questione di necessità tecnica: il nostro set è profondamente diverso da quello originale, è molto più sbilanciato sull’elettronica e si muove su strumentazioni differenti. Abbiamo quindi seguito una nostra linea interpretativa, preservando gli elementi portanti e irrinunciabili degli arrangiamenti storici ma integrandoli nel nostro mondo sonoro.


Quando i C.S.I. scossero il mercato negli anni Novanta, la “canzone d’autore” (a parte qualche storica eccezione come la partecipazione alla Rassegna Tenco o la collaborazione con Battiato) fece fatica a riconoscerli immediatamente come uno degli apici di quel mondo. Pensi che oggi i tempi siano cambiati? Il pubblico e la critica sono pronti a recepire la profonda ricerca testuale de Lo Stato Brado dentro un contesto sonoro così internazionale e d’avanguardia?


Credo che oggi si stia consolidando un filone importante di rinnovamento della parola, capace di emanciparsi dai vecchi canoni per tentare strade inedite. In passato, la centralità del testo d’autore era strettamente vincolata a determinati cliché musicali che ne delimitavano i confini. Oggi, forse, quel muro sta crollando.

ph: Marianna Fornaro